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La fine dei giornali e l'eutanasia del giornalista mediocre
Pubblicato il 12 febbraio 2009, in Diario

Roma. Prepariamoci al peggio. Non c’è da stare allegri. La carta stampata va incontro al suo declino inesorabile e i giornali, breviario quotidiano per la laica preghiera del mattino, pare che abbiano non gli anbi, ma i mesi contati, anzi i giorni e forse addirittura le ore. A lanciare l’allarme è un esperto del settore come il redattore capo del mesile economico “L’Expansion”. Il francese Bernard Poulet si interessa da anni all’evoluzione dei mediA e ha appena pubblicato un libro, uscito ieri da Gallimard con  titolo perentorio: “La fin des journaux et l’avenir de l’information”( 213 pagine, 15,90 euro). La sua è una diagnosi fosca, perché riguarda non solo una pratica culturale, ma la concezione  stessa della civiltà, mettendo direttamente in causa la nozione di libertà e quella annessa d’un libero foro per il confronto di idee, che con l’opinione pubblica resta il fondamento della democrazia. Ma è anche una diagnosi consona ai nostri tempi dominati da internet, dalla moltiplicazione esponenziale di circuiti e canali, e da un’altrettanta esponenziale rarefazione dei lettori, se è vero che mentre a Parigi per arginare il far west del digitale s’aprono “Gli Stati generali della stampa scritta” e il presidente Nicolas Sarkozy lancia sovvenzioni pubbliche, convinto “che non verrà mai il giorno in cui nessuno vorrà pagare per un giornalismo d’inchiesta”, e invita i principali gruppi di informazione a ricapitalizzare le loro imprese, a Washington si inaugura il Newsmuseum, costato 435 milioni di dollari, “per aiutare a capire come la libera stampa sia essenziale al buon funzionamento delle democrazia”, proprio quando il New York Times per far fronte ai debiti ipoteca l’avvenieristica sede costruita da Renzo Piano, e decide di mettere gratis on line parte dei suoi contenuti, per meglio inseguire i lettori sul web e riacquistare valore.
Le cifre però parlano chiaro. Da per tutto crollano le vendite, diminuiscono i lettori, la pubblicità si contrae. In Francia nel 1974 si vendevano 3.800.000 copie di quotidiani; nel 2007 esattamente la metà. Nel 1967 era quasi il 60 per cento dei francesi di più di 15 anni a leggere un qutidiano; nel 2003 solo il 34 per cento. Nel 2001 il Monde poteva contare su introiti pubblicitari per 100 milioni di euro; oggi riesce a superare a malapena  i 50. Ai costi esorbitanti di fabbricazione e distribuzione, in Francia pari al 75 per cento del prezzo di vendita di un quotidiano, s’aggiungono poi gli effetti inclementi della crisi finanziaria. Altro fenomeno globale: all’indomani della seconda guerra mondiale la pubblicità del Monde rappresentava il 40 per cento del suo fatturato, mentre oggi, dopo essere salita al 60 negli anni Sessanta, è precipatata al 20 per cento.
Difficile pensare a un’inversione di tendenza, stante la smisurata moltiplicazione dei siti web, passati dai 23.500 nel 1995 a più di 125 milioni nel 2007, secondo il censimento della società inglese Netcraft; stante la gigantesca crescita di Google che negli Stati Uniti assorbe già il 30 per cento degli investimenti pubblicatari sul net e dopo l’acquisto di Double Click si appresta a diventare la più grande agenzia mondiale di pubbicità; e soprattutto a fronte del drenaggio costante di pubblicità da parte di nuovi media e di altri suporti, come la telefonia mobile, che secondo i dati citati da Poulet potrebbe passare dai 3-400 miloni nel 2007 a più di 14 miliardi di dollari nel mondo nel 2011.
Insomma, stiamo vivendo una situazione di caos che l’esperto Bob Garfield ha paragonato a quello dell’ex Yugoslavia: “InSerbia, cinque anni dopo il crollo di Milosevic e il ritorno della democrazia, la disoccupazione è salita al 32 per cento, il premier veniva assassinato e i criminali di guerra scorrazzavano liberamente”. Anche per questo il pessimismo è d’obbligo.
“Il mio è un pessimismo volontario” dice al Foglio Berard Poulet. “Si fonda su scala mondiale, ha  una base economica e antropologica, ma muove dall’intento di scuotere i professionisti della stampa quotidiana mettendoli in guardia”. Il suo messaggio è chiaro: non crediate di poter fare come se nulla fosse, aprendo nuovi siti per svilupparvi su internet. La pubblicità non tornerà mai più com’era prima, e la gratuità non basterà a farvi sopravvivere. Molti però pensano che sia il giornalismo tradizionale a tramontare di fronte al potenziale in crescita del giornalismo partecipativo, il “citizen journalism” del comune cittadino in possesso di un telefonino e di un pc. “E’ l’ultima illusione digitale dei vecchi gauchisti che s’ostinano a non voler fare i conti con la realtà” risponde Poulet. “E la realtà è che per la prima volta dalla fine del XIX secolo, gli inserzionisti pubblicitari oggi non hanno più bisogno dei giornali, perché dispongono di canali nuovi e più efficaci. E i giornali si limitano a reagire abbattendo i costi, riducendo le pagine, licenziando il personale, come il “Washington Post” che ha appena chiuso il supplemento letterario. Ma è un’illusione destinata a innescare una spirale drammatica. Si cerca di conservare la stessa economia con un mercato peggiore, offrendo un giornale meno bello a un minor numero di lettorie con meno inserti pubblicitari. La strada migliore verso il sucidio”.
Che fare allora per spezzare questa spirale? Intanto riconoscere che la crisi c’è ed è grave. Poi, smettere di inseguire vecchi modelli. “La World Association of Newspapers da quattro anni sostiene che va tutto bene, i giornali si vendono, i lettori aumentano. Doveva tenere un congresso in marzo, ma due settimane fa l’ha dovuto annullare: su 1500 media annunciati se n’erano iscritti solo 250”. La gente vuol essere informata, ammette Poulet, ma non è detto sia disposta a pagare per un’informazione di qualità. “Il modello dei giornali  anni 70, enormi redazioni, che coprono tutto, cercando di conquistare più lettori possibili, ha fatto il suo tempo. Ora si profila un’informazione a due volocità: per una minoranza pronta a pagare la qualità, e per la massa che si contenterà di titoli cubitali, senza bisogno di metterli in prospettiva”. Dieci anni fa Alain Minc, il finanziere con manie di Weltgeschichte annunciò: “La globalizzazione è l’eutanasia delle classi medie”. Oggi, Poulet constata: “La digitalizzazione è l’eutanasia dei giornalisti mediocri”. Segna la fine del giornale omnibus, dei quotidinai generalisti che pubblicano di tutto e per tutti. Inutile puntare sui siti a pagamento, come ha fatto il Nyt o El Pais, e nemmeno sull’informazione a basso costo ricorrendo all’outsourcing. Meglio reinventarsi un giornalismo di qualità e  Poulet cita come prova l’ultima decisione del settimanale americano Newsweek, che vuole dimezzare i lettori, pur di fornire loro una riflessione più intelligente. “‘Quindici giorni fa, per l’aereo sull’Hudson, abbiamo mandato tre giornalisti’,  mi diceva il direttore di Newsweek. ‘Tra sei mesi non ne manderemo nemmeno uno. Non ne varrà la pena’. Se su un avvenimento non c’è niente da dire, non se ne parla”.
Se le cose stanno così, per evitare lo sconforto è stato lo stesso Marcel Gauchet, che di Poulet è l’editore, a sentire il bisogno di intervenire con una serie di  puntualizzazioni in difesa della carta, del mistero del supporto cartaceo e della lettura, non senza lanciare qualche frecciata contro “la carta stampata che si guarda l’ombelico, coltivando lo stile radiotelevisivo, con pezzi d’ambiente al posto di analisi approfondite”. Ridurre la lunghezza dei pezzi, privilegiare il vissuto, privarsi dell’analisi è un vero suicidio, ha spiegato Gauchet in un’intervista al settimanale “Le Point”. “Non dico che bisogna tornare al Times del 1850, ma nessuno pretende che un giornale diventi Google News. E in fondo quando si dice che  la carta stampata è condannata, di cosa si parla? Del vicolo cieco in cui è  finito un certo modello ecnomico o del disinteresse dei lettori per il contenuto dei giornali?”.
“Poulet ha ragione sul piano dei fatti”, riconosce Marcel Gauchet per il Foglio: “Descrive i giornali di oggi, ma non è detto che  la sua sia l’ultima parola. Il modo di funzionamento dei giornali corrisponde a un momento di espansione superato. Infatti vorrei sapere quanti li leggono per intero: su Le Monde la metà degli articoli sono inutili e i tre quarti dei giornalisti pure. Io invece non credo affatto nella scomparsa totale del pubblico. Scompare il pubblico di massa, ma continua a esistere un pubblico più ristretto, disposto a pagare per un’informazione di qualità.  In fondo, ci troviamo davanti a un ciclo. Nel dopoguerra è nata una nuova stampa che ha avuto successo sino agli anni Settanta, e poi ha preso la strada del declino. Adesso sta morendo nelle sue forme tradizionali, mentre si sta ricreando un’altra stampa di qualità, tenuta a misurarsi con l’offerta digitale. I giornalisti sono prigionieri dei giornali, ma se i giornali muoiono non sarà una grave perdita. Altri modelli prenderanno il sopravvento”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 febbraio 2009


 

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