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Chi sbaglia di più tra Nicolas Sarkozy e i giornalisti francesi?
Pubblicato il 30 marzo 2010, in Diario

Parigi. Per riflettere sul tonfo di Sarkozy nei sondaggi, sul centrodestra che annaspa dopo lo smacco alle regionali, sull’Europa e la grettezza tedesca, sulla crisi in medio oriente – i centristi di Commentaire si danno appuntamento, come sempre, in un ristorantino della rue de Lille. Seduti intorno a un tavolo ..(continua oggi sul Foglio, pagina 3)

Sarkozy rinuncia alla carbon tax, ma il più deluso è Rocard
Pubblicato il 24 marzo 2010, in Diario

Era la misura faro della rupture, ma socialisti e verdi l'hanno impugnata, e il Consiglio costituzionale l'ha bocciata, perché in contrasto con l'eguaglianza dei citadini davanti al fisco. Sarkozy era deciso a ripresentare entro il primo luglio un progetto di legge emendato. Ma adesso rinuncia sine die, per contentare le piccole e medie imprese, e soprattutto per placare la contestazione in seno alla sua stessa maggioranza. (Domani sul Foglio, delusioni e retroscena)

Les rumeurs di Parigi
Pubblicato il 19 marzo 2010, in Diario

L'ouverture è in crisi, ma che succede se Sarkozy offre a Strauss-Kahn la poltrona di primo ministro?
domani sul Foglio, in attesa del verdetto delle regionali

Il triangolo (senza amore) dei Francesi
Pubblicato il 15 marzo 2010, in Diario

Domani sul Foglio, da Parigi i retroscena delle regionali e le conseguenze per i presidenziabili del 2012.

Quei rampantini di Canal+ che non sanno decifrare il labiale
Pubblicato il 6 marzo 2009, in Diario

Quello che ha pestato una m… si chiama Yann Barthès, l’ultima star di Canal+, la rete criptata nata nel 1984 per volontà del socialista François Mitterrand e da allora sinonimo dell’arroganza tutta satirica e molto supponente della mitterràndia, col così detto “esprit canal” sopravvissuto sia al passaggio della tv dal gruppo Havas al gruppo Vivendi, sia alla normalizzazione compiuta dal (...continua oggi sul Foglio)

Sarkozy va in tv e fa la pedagogia della crisi
Pubblicato il 6 febbraio 2009, in Diario

Con la pedagogia della crisi Nicolas Sarkozy ha ipnotizzato 15 milioni di francesi. In diretta tv per un’ora e mezzo ha spiegato che è una crisi mondiale come non se ne vedevano da un secolo, nata negli Stati Uniti, dai gestori di fondi ad alto rischio, dalle agenzie di notazione finanziate dalle banche. Ha difeso ...(continua domani sul Foglio).












Lo sciopero ferma Parigi ma favorisce l’interventismo di Sarkozy
Pubblicato il 30 gennaio 2009, in Diario

 Mobilitazione generale contro la crisi e contro il governo ieri in Francia. E’ stata la più imponente degli ultimi vent’anni, a detta del capo della Cfdt, François Chérèque, mentre la CGT parla di un milione e mezzo di persone. A Parigi, sindacati e opposizione hanno sfilato insieme in un corteo di 100 mila persone per i sindacati (65 mila per la polizia) dalla Bastiglia a Place de l’Opéra. A Marsiglia, son scesi in piazza 300 mila manifestanti, secondo i sindacati, circa 20 mila secondo le forze dell’ordine. A Tolosa, altre 90 mila persone: cassiere di supermercati, operai del settore auto, professori, studenti, impiegati, infermieri: tutti in marcia per difendere posti di lavoro e potere d’acquisto.
Contro i tagli, la riduzione di organici, la delocalizzazione, ha scioperato più del 30 per cento degli addetti in settori cruciali: scuola, ospedali, trasporti, tribunali, stampa, tv, Banque de France, ma anche il privato s’è unito alla protesta. “O la smettono di far pagare la crisi alla povera gente, oppure rischiano un grave conflitto sociale” dicevano per le strade di Marsiglia.
E’ il primo segno tangibile del disagio sociale che imperversa in Francia da quando la crisi finanziaria si è estesa all’economia reale. Il Partito socialista di Martine Aubry se ne è fatto subito portavoce per sottolineare, rispetto alle altre forze dell’opposizione, come il MoDem del centrista François Bayrou e la Lega comunista rivoluzionaria del postino trotzkista Olivier Besancenot, la sua vocazione all’alternativa del governo di destra. Lusso inutile e costoso, ha commentato il direttore del Figaro, Étienne Mougeotte, fornendo ai lettori le stime dei costi, che secondo il Medef, la confindustria francese, equivalgono a circa 350 mila euro per un giorno di sciopero.
La mobilitazione fa paura. Il presidente, Nicolas Sarkozy, che ha introdotto per legge il servizio minimo garantito e sei mesi fa ironizzava sugli scioperi di cui non s’accorge nessuno, prende l’angoscia dei francesi molto sul serio. Il presidente della “rupture” prometteva di lavorare di più per guadagnare di più, annunciava riforme a raffica in nome della liberalizzazione, della crescita, dell’aumento di produttività. Poi è scoppiata la crisi, col suo seguito di disoccupazione, recessione, conti che sballano. E Sarkozy adesso deve ammettere che “la Francia non è un paese facile da governare, e i francesi, che hanno ghigliottinato un re, possono rovesciare il paese”. Per ora, lo sciopero non fa che corroborare l’interventismo che il governo ha rispolverato per fronteggiare la crisi: sostegno alle imprese, aiuti di stato in cambio di una gestione dirigista. Non è il ritorno al primato della politica, ma all’economia amministrata, col mercato che si mette nelle mani dei politici. E mentre l’ex segretario socialista François Hollande, mordendo il freno del futuro presidenziabile, invoca una “Grenelle de la Relance”, vale a dire un grande patto sindacale tra governo e parti sociali per rilanciare l’economia, il ministro del Bilancio e della Funzione pubblica Eric Woerth, socialista riconvertito all’ouverture sarkozysta, corregge il tiro: “La risposta alla crisi non è lo sciopero, ma un piano di rilancio efficace. Nei periodi di massima tempesta bisogna mantenere il sangue freddo”. Ma il miglior alleato Sarkozy lo ritrova nel presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, che nel giorno dello sciopero francese dice che i piani di rilancio “stanno funzionando”, però non bisogna tirarsi indietro davati a “decisioni sempre più ambiziose”.

Marina Valensise
© Il Foglio 30 gennaio 2009


Ecco come nasce la super sterzata garantista di Sarko sulla giustizia
Pubblicato il 7 gennaio 2009, in Diario

In Francia si annuncia la fine del  giudice istruttore. Cardine della procedura penale sin dai tempi di Napoleone, ha il compito di istruire il processo come pubblica accusa, tenendo conto però anche della difesa. Giudice e arbitro, ha poteri esorbitanti (benché limitati al 5 per cento dei casi penali) e spesso fuori controllo, come dimostra il caso Outreau – un intero villaggio fu accusato di pedofilia – e il più recente arresto del vicedirettore di Libération, Vittorio de Filippis. Da tempo, non soltanto i politici, ma anche magistrati indipendenti come Renaud van Ruymbeke, responsabile del team finanziario per l’inchiesta sul caso Clearstream che vide coinvolti l’ex premier Dominique de Villepin e lo stesso Sarkozy, sono favorevoli a cancellare la figura del giudice istruttore, rafforzando i diritti della difesa e magari importando il modello d’indipendenza delle procure italiane. “E’ tempo che il giudice d’istruzione ceda il posto al giudice dell’istruzione, che controllerà lo svolgimento delle inchieste senza più dirigerle”, ha detto ieri il presidente Nicolas Sarkozy davanti alla Corte di cassazione. Tra il vecchio sistema e il nuovo, la differenza dunque sta nel genitivo partitivo. “Il giudice d’istruzione nella forma attuale non può essere l’arbitro. Come chiedergli di prendere misure coercitive quando a guidarlo è la necessità della sua inchiesta?”, ha detto Sarkozy citando se stesso quando oggetto di strumentalizzazione chiese protezione alla giustizia. Intanto però i magistrati insorgono, preoccupati da una stretta politica sulle procure; l’opposizione protesta, temendo la “tentazione totalitaria” dell’ “Etat Sarkozy”; mentre il premier François Fillon annuncia che da febbraio sarà il Parlamento a discutere le varie ipotesi – un giudice indipendente titolare delle indagini, o un giudice istruttore che ha il compito di svolgerle senza dirigerle – oggetto del rapporto della commissione presieduta da Philippe Léger.

Sarkozy si prepara a lasciare l'Europa cambiando cavallo
Pubblicato il 10 dicembre 2008, in Diario

E’ attesa per domani la nomina del nuovo ministro per gli Affari europei che dovrebbe sostituire il socialista Jean-Pierre Jouyet, passato dopo un anno e mezzo alla guida dell’Autorità per i mercati finanziari. Con ogni probabilità, il prescelto sarà ...(continua domani sul Foglio).

Di nuovo tu:La rifondazione dei socialisti francesi s’inceppa sulla crisi mentre Ségolène Royal ci riprova
Pubblicato il 13 novembre 2008, in Diario

 S’apre oggi a Reims il congresso del Partito socialista francese, dal quale uscirà il nuovo segretario, successore di François Hollande. Ancora non si conoscono i nomi dei candidati, che dovranno presentarsi entro domani, e c’è parecchia tensione. Il 6 novembre, infatti, la mozione presentata da Ségolène Royal ha raccolto il 29,6 per cento dei consensi dei militanti: dieci punti in più rispetto a quella di Benoît Hamon, sinora unico candidato dichiarato, per la sinistra radicale, che vuole un partito senza complessi  e “un necessario chiarimento” sul libero scambio e l’azione dello stato.  Bernard Delanoë, sindaco di Parigi e superfavorito dopo la svolta liberale dell’ultimo libro “De l’audace”, ha cercato di pescare voti nella “gauche plurielle”, ma la sua mozione per un partito socialdemocratico, europeista, ecologista, sostenuta dallo stesso Hollande e da Pierre Moscovici, è arrivata seconda col 25,3 per cento dei voti. Terza classificata, col 24,6, la mozione dell’ex ministro del Lavoro  e sindaco di Lille Martine Aubry,  per “la trasformazione sociale”, appoggiata dalla corrente di Laurent Fabius e da una parte dei fedeli di Dominique Strauss-Kahn. I giochi sono aperti, ma la guerra dei nervi è già iniziata, dato che in base al voto delle mozioni si calcola il numero dei delegati, che entro domenica dovranno trovare un accordo di maggioranza (il segretario sarà eletto giovedì 20 col voto simultaneo di tutte le sezioni).
Ségolène non demorde. L’altroieri ha ammesso in tv la voglia di candidarsi alla guida del partito, ma ha ricordato di non essere “une femme d’appareil”. Voleva lasciare la questione in sospeso e federare consensi, vincendo le reticenze dei concorrenti, dopo averli spiazzati, tant’è che a ciascuno di essi ha inviato una lettera sulle scelte di fondo. Hamon ha giudicato “lucido” il suo intervento, “ma il 29 per cento non è la maggioranza” ha detto. Col suo 18,9 per cento, l’eurodeputato della sinistra persegue l’accordo con Aubry e Delanoë, i quali però sono riluttanti, perché non vogliono apparire gli artefici di un fronte anti Royal. Stessa preoccupazione mostra Pierre Moscovici: il dibattito, ha detto al Figaro, non dev’essere “pro o contro Ségolène”, ma su come rifondare la socialdemocrazia e rafforzare il partito, evitando la frammentazione. In effetti, all’ordine del giorno, nelle intenzioni di Ségolène e non soltanto, c’è la risposta alla crisi finanziaria e sociale, una crisi del capitalismo che comporta la ridefinizione della finanza e del suo ruolo a servizio dell’economia produttiva, che dev’essere a sua volta a servizio dell’uomo. La congiuntura, dunque, offre ampi margini al congresso socialista per cercare di fondare un nuovo ordine giusto, un rapporto più equilibrato tra il capitale e il lavoro, uno stato stratega che cambi i rapporti di forza e persino un nuovo patto repubblicano che si ponga come obiettivo l’eguaglianza reale e riconosca il meticciato come una chance. Non sarà facile trovare una sintesi quando il vero socialista è già al governo, e si chiama Nicolas Sarkozy.

Marina Valensise
©Il Foglio, 14 novembre 2008


 

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