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“Lo stato resti fuori dal fine-vita”
Pubblicato il 20 febbraio 2009, in Diario

“‘Perché dobbiamo dirci cristiani’ dev’essere il tema di una battaglia culturale, ma non c’è bisogno di una legge per imporlo”. Marcello Pera commenta così il disegno di legge sul testamento biologico, presentato dal Pdl Raffaele Calabrò e passato al Senato in Commissione Sanità. Anche l’ex presidente del Senato è convinto che la Chiesa, in difficoltà nel predicare il peccato, guardi ora con favore a una legge dello stato che lo sanzioni come reato, e riflette sulle disfunzioni del caso: “Quando la società civile non percepisce più un certo comportamento come violazione di un divieto morale, non si può trasformare il peccato in reato. Non si può imporre un’etica di stato, perché in una società libera l’etica preesiste allo stato. L’etica di stato appartiene alle dittature, comprese quelle democratiche, le quali votano su quegli stessi valori su cui invece le democrazie dovrebbero fondarsi”. La legge sul testamento biologico, secondo Pera, ne è solo l’ultimo esempio: “I laicisti alla Veronesi e alla Marino, cercano di imporre la morale del supermarket etico del ciascuno fa quel che vuole; gli antilaicisti difendono la dottrina della Chiesa. Tra Beppino Englaro che vuole la morte di sua figlia e coloro che vogliono salvarla, la mia concezione morale sta coi secondi, ma io credo che entrambi i fronti oggi siano impegnati a trasformare lo Stato nel braccio armato dell’etica”.
Lo Stato, allora, non dovrebbe mai intervenire? Dovrebbe tollerare l’eutanasia, il suicidio assistito, qualsiasi altro comportamento affidato alla discrezione dei privati? “No” risponde Pera. “Pensare che lo Stato sia neutrale è l’errore dei laicisti. Lo Stato liberaldemocratico in realtà ha valori e principi propri, sanciti dalla Costituzione, e in nome di tali valori e principi può legiferare e imporre limiti e divieti”. La nostra Costituzione, “che Dio ne seppellisca presto la prima parte, con buona pace del presidente Napolitano” - osserva Pera - “stabilisce per esemppio che non si può coartare la libertà di autodeterminazione di un malato. Se un malato rifiuta la trasfusione di sangue, perché è un testimone di Geova, il medico si deve fermare. E perciò, per le stesse ragioni, si deve fermare anche se un paziente rifiuta la cannula per l’alimentazione e l’idratazione. E’ un principio riconosciuto dalla giurisprudenza, che rende vana qualsiasi legge che lo negasse, come quella sul testamento biologico, la quale, se approvata in Parlamento, verrebbe ad essere impugnata davanti alla Corte costituzionale. Il che spiega, oltre la ragione  culturale, la ragione giuridica della mia perplessità verso questa legge”.
Dunque sul fine vita bisognerebbe astenersi dal legiferare? “Non dico questo” risponde il senatore. “Una legge ci vuole, ma dovrebbe esser sul dissenso informato più che sul testamento biologico, e dovrebbe mantere almeno quattro punti fermi: 1. Ribadire certi divieti, che sono anch’essi principi costituzionali al pari dell’autodeterminazione terapeutica, come il no all’eutanasia, il no al suicidio assistito, il no all’abbandono e il no all’accanimento terapeutico; 2. Adottare per questi termini le migliori definizioni scientifiche disponibili; 3. Precisare cosa intendere per dissenso informato contro la terapia prescritta dal medico, e in particolare che il dissenso del paziente debba essere affidato a una volontà espressa, attuale - dunque non risalente ad anni prima-  inequivoca - e cioè non ricavata dalla voce del padre o degli amici, come nel caso di Eluana -  e informata, secondo quanto stabilito da una sentenza della Terza sezione civile della Corte di Cassazione, presieduta da Roberto Preden. Infine, la legge dovrebe stabilire chi debba esprimere questo dissenso nel caso in cui lo stesso paziente non fosse in grado di farlo”. Ma così lei non fa rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta? ”Non credo. Piuttosto che radicalizzare lo scontro alimentato dal caso Englaro, sarebbe meglio fare un pausa e promuovere una battaglia culturale per diffondere non solo il rispetto verso i più deboli, ma anche il senso di dignità e di solidarietà che noi dovremmo avere nei loro confronti”.

 

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