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Simone Veil all’Académie française, ma c’è chi la chiama Musa della morte
Pubblicato il 19 marzo 2010, in Diario

 Qualche protesta c'è stata, ma in sordina, per l'ingresso di Simone Veil all'Académie française. Magistrato, presidente del Parlamento europe, membro del Consiglio costitzionale, questa splendida matriarca ottantatreenne è una delle personalità politiche più amata dai francesi. E lo scrittore Jean d'Ormesson, nel suo magnifico discorso di benvenuto, ha indicato le molte ragioni di quest'entusiasmo. Ma Simoe Veil è anche il controverso ministro della Sanità di Valéry Giscard d'Estaing che nel 1975 ha depenalizzato l'aborto e anche di qusto d'Ormesson ha dato conto, pur con una visione culturalmente simpatetica, ricordando le contestazioni che investirono il ministro da parte di esponenti religiosi di diverse fede e confessioni, per i quali la donna più apprezzata di Francia resta ancora oggi "la Musa della morte"....

continua sul Foglio di oggi, 19 marzo 2010

Il prossimo Sarkzoy
Pubblicato il 19 marzo 2010, in Diario

Parla Jean-François Copé, “concorrente solidale” e aspirante successore
dell’attuale inquilino dell’Eliseo. La sconfitta alle regionali? Colpa della crisi,
ma una lezione c’è: tornare ai fondamentali della destra su economia e valori.
© Il Foglio, mercoledì 17 marzo 2010

Leggi anche "Copé, il delfino squalo" l'inserto del 4 marzo 2010 sul Foglio

Il triangolo (senza amore) dei Francesi
Pubblicato il 15 marzo 2010, in Diario

Domani sul Foglio, da Parigi i retroscena delle regionali e le conseguenze per i presidenziabili del 2012.

Così in Francia è nato il manifesto laico contro le maternità surrogate
Pubblicato il 13 maggio 2009, in Diario

a. La Francia laica frena sulla bioetica in fatto di maternità surrogata. La settimana scorsa un rapporto del Consiglio di stato, in vista della revisione delle leggi di bioetica, ha preso posizione a favore della ricerca sull’embrione e sulle staminali embrionali; ha prospettato la parziale abolizione dell’anonimato dei doni dei gameti; ma si è opposto alla legalizzazione delle madri surrogate, pur preconizzando soluzioni puntuali per ovviare le difficoltà delle famiglie che intendono far riconoscere i figli nati da gestazione per conto terzi, come le gemelline Menneson, che prive di stato civile da anni trascinano il loro caso in tribunle.
Nel frattempo è esplosa la bomba Morano, dal nome del ministro della Famiglia del governo Fillon, che pur essendo cattolica professa è da sempre favorevole a legalizzare il ricorso alle “femmes porteuses”  nell’ambito delle cure contro la sterilità femminile. Sarkozysta a prova di bomba, la bionda deputata della Lorena Nadine Morano è famosa per le sue levate di capo. Due anni fa pagò con l’esclusione dal governo l’esuberanza elettorale: presentandosi all’improvviso e senza invito alla tribuna del convegno di un’associazione di handicappati, fece riprendere e trasmettere in tv le sue prodezze. Adesso insiste nel difendere “il “gesto di amore e generosità” della maternità surrogata, paragonandolo al dono di organi riservato a quelle donne prive di utero o affette da malformazione uterina, che in grado di produrre ovociti non siano in grado di assicurare la gestazione dell’embrione. Se ammettiamo il dono di ovociti, gameti, e persino dell’ embrione, visto che si può impiantare un embrione nel ventre di una dona che non ne è la madre biologica, – questo  il suo argomento – dovremmo permettere la gestazione per conto terzi nel quadro di una casistica ristretta e ben delimitata.
Adesso però contro quest’argomento difeso con punte di sincero narcisismo (“Se domani mia nipote sterile mi chiedesse di portare in grembo suo figlio, francamente lo farei” ha dichiarato il ministro) si sono schierati i più bei nomi della cultura laica e di sinistra, radical socialista o liberal moderata.  82 personalità del mondo della scienza, della psicanalisi, della medicina hanno lanciato il loro manifesto contro la tentazione di ricorrere alla maternità surrogata, condannando in nome di principi fondamentali, inviolabili e universali qualsiasi compromisso. “Considerare la sofferenza delle coppie sterili non può giustificare la trasgressione dei principi che fondano la nostra vita collettiva, e segnatamente il dovere di protezione dei più vulnerabili. La gestazione per conto terzi apre la via a pratiche altamente contestabili: lo sfruttamento delle donne, la promozione dell’ “indifferenza genetica”, la programmazione di bambini concepiti per essere abbandonati dalla donna che li ha portati in grembo” recita il manifesto degli 82. A sottoscrivere questa dichiarazione solenne, e prima ancora a ispirarla è Sylviane Agacinski, la filosofa moglie dell’ex premier socialista Lionel Jospin, fresca autrice di un saggio contro lo sfruttamento del corpo femminile (“Le corps en miettes” ed. Flammarion). Insieme a lei hanno firmato scrittrici di opposte tendenze come la chiracchiana Blandine Kriegel e la mitterrandiana Gisèle Halimi, psichiatri illustri come Boris Cyrulnik, Monique Bydlowski,  Liliane Daligand, psicanalisti attenti al fenomeno della vittimizzazione come Caroline Eliacheff, ostetrici e ginecologi come Paul Atlan e Jacques Donnez, neonatologi come  Pascal Boileau, neuropediatri come Bénédicte Heron, pedopsichiatri come Marcel Rufo, ma anche genetisti come Axel Kahn, Clarisse Bauman, Pascal Saugier Veber, e premi Nobel come François Barré Sinoussi e Luc Montaigner.  Insieme hanno denunciato i rischi psicofisici connessi alla strumentalizzazione delle donne, mettendo in guarda da una pratica mercantile che finirebbe per ledere i più deboli, E’ la risposta francese all’exploit di Sarah Jessica Parker, la Carrie Bradshaw di “Sex and the City“, che ha annunciato di ricorrere a una gestante per soddisfare il suo desiderio di maternità. Non per niente, a firmare contro la maternità surrogata c’è una star di prima grandezza come Carole Bouquet e un produttore rivoluzionario come Marin Karmitz, considerati entrambi sarkozysti, ma indipendenti.

Marina Valensise
© Il Foglio, 14 maggio 2009


La Francia ritorna al comando della Nato: fine della schizofrenia gollista
Pubblicato il 3 aprile 2009, in Diario

Pierre Lellouche, è il Richard Hoolbrooke di Nicolas Sarkozy. In un saggio appena uscito – “L’allié indocile. La France et l’Otan, de la Guerre froide à l’Afghanistan”, Editions du Moment –  descrive senza indulgenza la schizofrenia della Francia gollista soggetta a un rapporto di odio e amore: alleata degli Stati Uniti, ma al tempo stesso ribelle; solidale verso l’atlantismo, ma al tempo stesso indipendente; pronta a lasciare il comando integrato Nato in piena Guerra fredda quando l’Alleanza atlantica era utilissima contro il blocco dell’est, ma disposta a rientrarvi dopo il crollo del Patto di Varsavia (quando la stessa Alleanza era alla ricerca disperata di una nuove ragion d’essere), mandando i suoi soldati a combattere sotto le insegne Nato in Bosnia, in Kosovo, in Afghanistan, e persino nelle valli dell’Indukush, senza però mai sbandierarlo e senza trarre alcun vantaggio politico....(continua domani sul Foglio)




Attore, disabile e arruolato
Pubblicato il 30 gennaio 2009, in Diario

Dura solo 42 minuti la clip per il lancio dell’ultimo offerta della Simyo, il nuovo operatore di telefonia mobile low cost, che propone una tariffa unica per ogni chiamata verso qualsiasi operatore. Pascal Duquenne entra in scena fra tante luci e molti colori di un palcoscenico teatrale. Dritto in piedi, Lacoste blu sui pantoloni, sorriso irresistibile, allarga le braccia e inizia a parlare: “Je suis Pascal Duquenne. Je suis comédien. Je suis un peu différent” dice spedito. Poi, a un certo punto, si piega  sulle ginocchia per prendere coraggio e conclude: “Mais en fait, je suis comme vous”, travolgendo di tenerezza chi lo guarda.
 Un po’ diverso, ma in fondo uguale. E’ il nuovo manifesto del disabile integrato, l’ultima frontiera della pubblicità sensibile, “la pub”, che in Francia, com’è noto prima di essere un’industria del marketing è un’arte, uno stile di vivere, e se interessa una azienda giovane, diversa e trasparente, come quella in questione, diventa una centrale di irradiazione dei valori. 
Pscal Duquenne, affetto da trisomia 21, fu consacrato attore dal Festival di Cannes col premio della migliore intepretazione per il film  “L’Ottavo giorno” nel 1996. Allora recitava accanto a Daniel Auteuil nei panni di Georges, un trisomico il quale, rifiutato da molti, alla fine si suicida. Invece, nella clip del nuovo operatore discount, Simyo, Pascal Duquennes recita se stesso, nei panni del disabile alle prese con la vita quotidiana “Adoro telefonare a 19 centesimo al minuto, a qualsiasi ora e verso qualsiasi operatore” dice con la sua voce lenta, pastosa  e blesa. E mentre pronuncia la battuta ostentando senza complessi la zeppolina, gli occhietti sbilenchi gli ridono felici. “Je suis Ok pour en parler. Si vous êtes comme moi, l’offre Simyo peut vous intéresser” avverte sicuro prima di inanellare le tariffe. La performance dura in tutto 34 secondi. Poi una voce femminile fuori campo riempie poi gli altri otto ripetendo il concetto.
La novità ha scatenato l’entusiasmo, ma anche qualche riserva. La pubblicità che mette in scena il Down passa per un “sacré coup de com” fra gli esperti del ramo, ed è  stata premiata dalle reazioni del pubblico. “Pascal è uno che su questo prodotto non può mentire” ha detto Georges-Mohammed Chérif, il responsabile di Buzzman, l’agenzia che ha diretto la campagna. E infatti  i ragazzi trisomici non mentono, e Pascal è un tipo caloroso, spontaneo  verace, come illustra l’altra clip sul dietro le quinte della campagna che figura sul sito della Simyo. D’altra parte, i pubblicitari francesi hanno fatto le cose per benino, testando prima il terreno delle varie associazioni a sostegno dei trisomici con un sondaggio ad hoc. “Se avessero risposto in modo cauto, avremmo rinunciato. E invece il video l’abbiamo girato con la loro benedizione” ha spiegato Chérif, tant’è che parte dei proventi son stati versati all’associazione “L’ottavo giorno” fondata dalla madre stessa di Pascal Duquenne. Inanto i responsabili della Simyo si  prodigavano per far conoscere la filosofia  del loro loro nuovo marchio: “vogliamo creare una differenza, i nostri valori sono l’onestà, la giustizia, la trasparenza; per questo vogliamo considerare i diversi come persone normali, e trattarli con rispetto, empatia e benevolenza”.
Tutto bene, dunque. E invece no. Nella laica Francia, dove ogni giorno nasce più di un bambino Down e il 96 per cento dei feti affetti da trisomia 21 vengono abortita, mentre 50 mila trisomici sono in attesa di un protocollo medico che ancora non esiste, perché non si finanziano le ricerche, c’è pure chi protesta contro lo sfruttamento dell’handicap nella pubblicità. Eppure anche gli economisti sanno che un disabile cambia la vita. Non solo in tv, ma nelle aziende, negli uffici, sui posti di lavoro dove se ne raccomanda l’assunzione: perché il sorriso di un trisomico aumenta la produttità più di ogni altro incentivo. Infatti, basta guardarlo per considerare meschine le frustrazioni di noialtri uguali e normali.

Marina Valensise
@Il Foglio, 31 gennaio 2009

Lo sciopero ferma Parigi ma favorisce l’interventismo di Sarkozy
Pubblicato il 30 gennaio 2009, in Diario

 Mobilitazione generale contro la crisi e contro il governo ieri in Francia. E’ stata la più imponente degli ultimi vent’anni, a detta del capo della Cfdt, François Chérèque, mentre la CGT parla di un milione e mezzo di persone. A Parigi, sindacati e opposizione hanno sfilato insieme in un corteo di 100 mila persone per i sindacati (65 mila per la polizia) dalla Bastiglia a Place de l’Opéra. A Marsiglia, son scesi in piazza 300 mila manifestanti, secondo i sindacati, circa 20 mila secondo le forze dell’ordine. A Tolosa, altre 90 mila persone: cassiere di supermercati, operai del settore auto, professori, studenti, impiegati, infermieri: tutti in marcia per difendere posti di lavoro e potere d’acquisto.
Contro i tagli, la riduzione di organici, la delocalizzazione, ha scioperato più del 30 per cento degli addetti in settori cruciali: scuola, ospedali, trasporti, tribunali, stampa, tv, Banque de France, ma anche il privato s’è unito alla protesta. “O la smettono di far pagare la crisi alla povera gente, oppure rischiano un grave conflitto sociale” dicevano per le strade di Marsiglia.
E’ il primo segno tangibile del disagio sociale che imperversa in Francia da quando la crisi finanziaria si è estesa all’economia reale. Il Partito socialista di Martine Aubry se ne è fatto subito portavoce per sottolineare, rispetto alle altre forze dell’opposizione, come il MoDem del centrista François Bayrou e la Lega comunista rivoluzionaria del postino trotzkista Olivier Besancenot, la sua vocazione all’alternativa del governo di destra. Lusso inutile e costoso, ha commentato il direttore del Figaro, Étienne Mougeotte, fornendo ai lettori le stime dei costi, che secondo il Medef, la confindustria francese, equivalgono a circa 350 mila euro per un giorno di sciopero.
La mobilitazione fa paura. Il presidente, Nicolas Sarkozy, che ha introdotto per legge il servizio minimo garantito e sei mesi fa ironizzava sugli scioperi di cui non s’accorge nessuno, prende l’angoscia dei francesi molto sul serio. Il presidente della “rupture” prometteva di lavorare di più per guadagnare di più, annunciava riforme a raffica in nome della liberalizzazione, della crescita, dell’aumento di produttività. Poi è scoppiata la crisi, col suo seguito di disoccupazione, recessione, conti che sballano. E Sarkozy adesso deve ammettere che “la Francia non è un paese facile da governare, e i francesi, che hanno ghigliottinato un re, possono rovesciare il paese”. Per ora, lo sciopero non fa che corroborare l’interventismo che il governo ha rispolverato per fronteggiare la crisi: sostegno alle imprese, aiuti di stato in cambio di una gestione dirigista. Non è il ritorno al primato della politica, ma all’economia amministrata, col mercato che si mette nelle mani dei politici. E mentre l’ex segretario socialista François Hollande, mordendo il freno del futuro presidenziabile, invoca una “Grenelle de la Relance”, vale a dire un grande patto sindacale tra governo e parti sociali per rilanciare l’economia, il ministro del Bilancio e della Funzione pubblica Eric Woerth, socialista riconvertito all’ouverture sarkozysta, corregge il tiro: “La risposta alla crisi non è lo sciopero, ma un piano di rilancio efficace. Nei periodi di massima tempesta bisogna mantenere il sangue freddo”. Ma il miglior alleato Sarkozy lo ritrova nel presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, che nel giorno dello sciopero francese dice che i piani di rilancio “stanno funzionando”, però non bisogna tirarsi indietro davati a “decisioni sempre più ambiziose”.

Marina Valensise
© Il Foglio 30 gennaio 2009


Ecco come nasce la super sterzata garantista di Sarko sulla giustizia
Pubblicato il 7 gennaio 2009, in Diario

In Francia si annuncia la fine del  giudice istruttore. Cardine della procedura penale sin dai tempi di Napoleone, ha il compito di istruire il processo come pubblica accusa, tenendo conto però anche della difesa. Giudice e arbitro, ha poteri esorbitanti (benché limitati al 5 per cento dei casi penali) e spesso fuori controllo, come dimostra il caso Outreau – un intero villaggio fu accusato di pedofilia – e il più recente arresto del vicedirettore di Libération, Vittorio de Filippis. Da tempo, non soltanto i politici, ma anche magistrati indipendenti come Renaud van Ruymbeke, responsabile del team finanziario per l’inchiesta sul caso Clearstream che vide coinvolti l’ex premier Dominique de Villepin e lo stesso Sarkozy, sono favorevoli a cancellare la figura del giudice istruttore, rafforzando i diritti della difesa e magari importando il modello d’indipendenza delle procure italiane. “E’ tempo che il giudice d’istruzione ceda il posto al giudice dell’istruzione, che controllerà lo svolgimento delle inchieste senza più dirigerle”, ha detto ieri il presidente Nicolas Sarkozy davanti alla Corte di cassazione. Tra il vecchio sistema e il nuovo, la differenza dunque sta nel genitivo partitivo. “Il giudice d’istruzione nella forma attuale non può essere l’arbitro. Come chiedergli di prendere misure coercitive quando a guidarlo è la necessità della sua inchiesta?”, ha detto Sarkozy citando se stesso quando oggetto di strumentalizzazione chiese protezione alla giustizia. Intanto però i magistrati insorgono, preoccupati da una stretta politica sulle procure; l’opposizione protesta, temendo la “tentazione totalitaria” dell’ “Etat Sarkozy”; mentre il premier François Fillon annuncia che da febbraio sarà il Parlamento a discutere le varie ipotesi – un giudice indipendente titolare delle indagini, o un giudice istruttore che ha il compito di svolgerle senza dirigerle – oggetto del rapporto della commissione presieduta da Philippe Léger.

L'affaire Rachida
Pubblicato il 20 dicembre 2008, in Diario

di  Marina Valensise

Il Re è deluso. L’intesa con la favorita perde colpi. Passati i tempi dell’amore incondizionale, della stima senza riserve, le ombre s’allugano sulla corte di Francia e le voci corrono sui capricci, gli sbalzi di umore, la vanità e l’arbitrio della fortunata ormai in disgrazia. Intanto, il ventre della Bella cresce, diventando ogni giorno più gonfio, ma l’avvenire non sembra minaccioso. Prossima al disarmo, la favorita d’un tempo annuncia infatti un’altra vita al di là dei confini del Regno, accanto al misterioso padre della creatura che ha in grembo del quale, promette, rivelerà l’identità in gennaio, dopo il parto .
Ad aspettarla dunque non sarà una stanza senza luce e tappezzata di nero, in un maniero della Bretagna, come la bara in cui finì, dopo il regale abbandono, la penultima amante di Francesco I. Nessun rischio di incorrere nella vendetta di un marito disonorato come il conte di Châteaubriant, che un bel giorno, dopo aver segregato per mesi la moglie adultera in quella tortura, irruppe  nella sua stanza alla testa di un manipolo di bravi, che le recisero le vene delle gambe e delle braccia, lasciandola morire dissanguata. E di certo l’ultima favorita francese non corre alcun pericolo di mangiare un cedro avvelenato dalla tavola imbandita di un finanziere amico, come Gabrielle d’Estrées, l’amante di Enrico IV, già madre di tre suoi figli e incinta di un quarto che, fra atroci convulsioni, dette alla luce morto  prima di morire a sua volta, dopo lunga agonia, davanti alla folla che aveva invaso l’hôtel de Sourdis, per scongiurare l’incubo di un matrimonio contrario alla legge e alla morale. Non parliamo della conversione, la scelta di lasciare l’anticamera del re per la nuda e spoglia cella di un convento di Carmelitane,  epilogo di un’altra favorita alla corte di Re Sole. “L’unica ad aver vissuto l’amore come totale tono di sé e aver perseguito una coerente ricerca dell’assoluto” assicura l’esperta Benedetta Craveri, autrice di un’ottima mappa di “Amanti e regine” per Adelphi. Stiamo parlando di Louise de la Vallière, l’innocente damigella d’onore della moglie del fratello di Luigi XIV, Enrichetta d’Orléans. La poverina venne usata prima come donna dello schermo dal re desideroso di concupire più liberamente la cognata; poi fu sedotta, conquistata, esibita come preda nelle feste di corte, ostentata alla destra della sposa regale, sulla tribuna d’onore nella messa in suffragio per la regina madre, resa madre di uno stuolo di bastardi e scaricata per noia, dopo quattro anni di perfetta simbiosi, salvo esser costretta a restare ancora in servizio apparente, quando all’orizzonte del Re Sole apparve  l’astro crudele di Françoise-Athénaïs de Rochechouart, marchesa de Montespan.
Dai Valois ai Borbone erano questi    gli usi e i costumi di corte in Francia, quado a una donna, che ne avesse l’ambizione, l’unica forma di potere consentita era quella legata al talamo, alla dolcezza e alla dissimulazione. Troppe cose da allora son cambiate. A nessuno più verrebbe in mente di tenere le donne “lontane da tutte le le magistrature, i luoghi di comando, i giudizi, le assemble pubbliche e i consigli” come prescriveva nel Cinquecento Jean Bodin, convinto che dovessero occuparsi “solo delle loro faccende donnesche e domestiche”, per non mettere a repentaglio l’ordine dello stato con l’irrazionalità, l’incostanza e l’irresponabilità proprie alla loro natura “sovversiva e demoniaca”. E fra i potenti oggi in circolazione nessuno certo se la sentirebbe di prendere alla lettera i consigli di Luigi XIV:  “Non appena date a una donna la libertà di parlarvi di cose importanti, è impossibile che non vi faccia cadere in errore”. Viviamo in tempi di libertà e eguaglianza, di pari opportunità e di  emancipazione. Eppure, anche nei paesi più moderni e avanzati grava il retaggio, forse nemmeno inconscio, di una tradizione possente.
Come altro spiegare la parabola di Rachida Dati? La sua non è solo la storia di una ragazza brillante e volitiva, che segue l’itinerario di un’arrivista passando un misero granaio senza acqua corrente nella periferia di Châlon sur Saône al piano nobile dell’Hôtel de Bourvallais sulla Place Vendôme, oppure l’ambizione smodata per una vita diversa da quella della figlia di un muratore marocchino e di un’algerina analfabeta, che dismettere i panni di venditrice porta a porta di rossetti della Avon, e poi quelli di aiutoinfermeria nei turni di notte in una clinica privata per approdare, a forza di tenacia, faccia tosta e assoluta incuranza verso il senso del limite, alla poltrona di Guardasigilli per grazia del presidente eletto Nicolas Sarkozy.
La storia di Rachida Dati è soprattutto l’ultimo romanzo balzacchiano della politica francese. Romanzo fantasmagorico e realista, riattiva vecchi schemi, nutrendo di nuove ambizioni antiche passioni mal sopite. Solo così si riesce a capire la dimensione simbolica che ha invaso il personaggio, dove la potenza mediatica supera di gran lunga la competenza politica, sino addirittura a inibirla. E solo così si spiega l’insofferenza e l’astio, lo scherno e l’irrisione che ora s’abbattono su di lei, come il contraccolpo inesorabile dell’iniziale apoteosi.
Basta una sola scena per descrivere la cosa: il ludibrio in diretta sulla tv di stato.  Seduta di fronte alla badessa dell’informazione politica francese, Arlette Chabot, il ministro della Giustizia deve assistere a un filmato tratto da un talk show, ritrasmesso in differita. Vede, e come lei gli  spettatori, l’ex giocatore di rugby e allenatore della nazionale Bernard Laporte, promosso da Sarkozy ministro dello sport, impegnato in una plateale smentita: “Non sono io il padre del bambino di Rachida”. In Francia è l’ultimo gioco di società, gioco crudeledopo il diniego del premier spagnolo José Maria Aznar e la smentita “virtuale” di un noto presentatore tv, e quella “per scherzo” di innumerevoli altri presunti padri. Sul tema, è vero, non si è mai sentito parlare Henri Proglio, il top manager di Veolia accreditato come compagno di Rachida, né Dominique Desseigne, il vedovo miliardario, proprietario del Fouquet’s e intimo dei Sarkozy. Ma adesso il totopadre naviga persino sul web, grazie a un sito ad hoc (www. quiestlepere.cornibus.com), che accoglie un numero inversomile di caselle con possibilità di incrementare il relativo punteggio... Ma per tornare alla scena iniziale, il ludibrio in tv dura pochi minuti, che però sembrano eterni. Ride il calvo Laporte, che un altro video su youtube mostra mentre cammina molto ilare a braccetto con Rachida, che gli saltella a fianco durante una festa in giardino. Adesso ride d’un riso sguaiato e irrefrenabile. Ride anche il presentatore, e ridono di gusto, mostrando in primo piano denti, mascelle, narici e il trucco greve, due mostri femminili che paiono usciti da un quadro di Bosch. “Cosa merita il suo collega di governo?” domanda implacabile la giornalista: “Un sorriso, uno schiaffo? E’divertente o volgare?”. Rachida Dati le punta addosso gli occhi neri come tizzoni ardenti, e con un sibilo risponde: “Non merita alcun commento”.
Tanto grande fu l’entusiasmo quanto cocente oggi è la delusione. Venuta dal nulla, propulsa alla ribalta dall’oggi al domani, la mascotte della campagna elettorale di Sarkozy doveva incarnare non solo la promessa di un riscatto possibile, per i milioni di immigrati maghrebini, ma la sua perfetta realizzazione. A forza di suppliche, missive e forzature, seguendo l’istinto dell’animale da caccia s’era fatta strada nella giungla della politica francese. Seguiva un metodo infallibile:  individuazione del mentore, arrembaggio, seduzione, resa incondizionale e devozione assoluta. Così, col passare degli anni, era riuscita a puntare e conquistare nell’ordine: Albin Chalandon, gollista della prima ora e ministro della Giustizia, dal quale ottiene uno stage come contabile alla Elf; Jean-Luc Lagardère, presidente del gruppo Matra, che le finanzia un Master in amministrazione aziendale presso un prestigioso istituto affiliato all’HEC, la grande scuole di management; Jaques Attali, l’ex sherpa di Mitterrand che l’assume a Londra, alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo; e infine Simone Veil, all’epoca ministro degli Affari sociali, e Marceau Long, che dall’alto del Consiglio d’Europa orchestrano il suo ingresso in magistratura. Tutti ne erano rimasti sedotti. Tutti ne facevano elogi ditiramibici, gli occhi, il sorriso, il fuoco interiore, l’integrità, la forza d’animo, la volontà...Ognuno aveva dato un contributo decisivo alla sua ascesa, finché, nel 2002 Nicolas Sarkozy, all’epoca ministro degli Interni, non risponde all’ennesima lettera di quella postulante ostinata che sogna da anni di lavorare con lui, e le offre su due piedi unaconsulenza a Place Beauvau. Rachida ha trentott’anni. Svelta, ambiziosa, solerte, si fa strada nel cuore del ministro conquistando quello della moglie, Cécilia all’epoca imperante e assai attenta a neutralizzare ogni potenziale rivale, coltivandola e annettendosela. E’ lì che inizia a brillare la stella di Rachida Dati. In qualche anno si rende indispensabile e dal ruolo di consulente per il progetto di legge sulla deliquenza viene promossa al rango di portavoce della campagna per le presidenziali. Tra l’uno e l’altro incarico, c’è il dramma del tradimento di Cécilia, la fuga a Petra e poi in America con quello che sarebbe diventato il suo terzo marito, il pubblicitario Richard Attias. Diversamente da altri membri dell’inner circle sarkozysta, Rachida aveva scelto di non deflettere, dimostrando fedeltà assoluta alle moglie in fuga del ministro, informandala in dettaglio sulla nuova fiamma del marito, e dando prova di grande sensibilità per il suo dramma interiore. La scuola dei sentimenti, nella sua versione più nobile. Quando Cécilia torna, Rachida viene premiata. “E’ più d’una amica, è mia sorella. Non la lascerò mai. E’ della razza dei signori” dirà in un’intervista la moglie del capo, ormai rientrata alla base. Il legame tra le due donne si corrobora. E’ Cécilia a intuire il potenziale di quella farfalla con la grinta di un bulldozer; è lei a proporla al marito come portavoce; a lanciarla come simbolo dell’integrazione. Pronto a tutto pur di riconquistare la moglie e  vincere le elezione, il marito l’ascolta e scopre il talento, la grazia e la forza di Rachida. “E’ una che non ha paura di niente. Con persone così arrivi dove vuoi”. E infatti, con lei Sarko conquista il voto delle banlieue; con lei supera l’ambizione egalitaria della sinistra, scardina il monopolio del riscatto sociale, stravince la concorrenza di Ségolène Royal. E soprattutto capisce che grazie a lei governerà in prima persona, facendo passare le nuove norme in materia di sicurezza e la riforma della giustizia. La nomina a Place Vendôme nasce così dall’interazione di vari fattori, dove però è la psicologia che ispira la politica, non viceversa, col rischio di dare al potere il volto suo più fragile, esposto ai venti imponderabili del cuore. Rachida ha ministero di prima grandezza, “régalien”, come dicono i francesi che ne vanno pazzi. Mai successo che un’alta carica dello stato finisse in mano a una quarantenne figlia di due immigrati arabi e della meritocrazia repubblicana.
Questo almeno si pensava. Passano pochi mesi e salta fuori la verità, con un dettaglio considerato subito “infamante” in un paese rivoluzionario che ha fatto fuori l’aristocrazia del sangue per consacrare l’eccellenza del merito. Il ministro non hai mai ottenuto il Master europeo in Business Administration del gruppo HEC-ISA, come riporta il suo curriculum da magistrato, ma ne ha solo frequentato i corsi, senza mai sostenere l’esame finale. Integrata nei ranghi della magistratura, senza concorso, ma su valutazione dei titoli e dell’esperienza di lavoro, la cosa pone un problema delicat in termini di legittimità. Scandalo, polemiche, accuse. Assistita da un giornalista del Nouvel Observateur, Rachida sforna un’apologia, spiega l’equivoco. Ma il vulnus resta ed è indelebile.
Il ministro, è vero, gode ancora della sua aura mediatica. Si offre all’obiettivo di fotografi e cineoperatori con naturalezza, avvolta in monacali tailleur antracite firmati Christian Dior.  E’ sempre la favorita dei sondaggi e l’eroina della stampa gossip. Ma anche i giornali autorevoli hanno un debole per lei. Quando Sarko se la porta a Washington, lei con un sotterfugio riesce a rubargli la scena. Arriva in ritardo alla Casa Bianca, e mentre sale le scale da sola, fasciata in un abito da sera di seta avorio, si volta all’improvviso verso i fotografi per regalare con sapienza da star uno dei suoi sorrisi smaglianti. “Elle a du chien” dicono estasiate le signore del bel mondo che vivono nel VII arrondissent, lo stesso che lei conquisterà alle municipali di primavera, battendosi come una tigre. Che abbia un gusto spiccato per la moda, il lusso e lo star system lo dimostra il suo concedersi generoso al flash dei fotografi, le pose da diva per le copertina di Paris Match in tubino rosa o in calze a rete e stivali con tatto a stiletto seduta in un grande albergo di rue de La Paix. Al ministero storcono il naso. “Il ministro ha sbagliato vestito” nota l’ex presidente del sindacato dei magistrati. Forse c’è una foto di troppo, ammette lei, ma i suoi hanno già cominciato la fronda. Non sopportano l’impazienza, l’arroganza, l’assenza assoluta di stile, che tradiscono l’opportunismo sfrenato. “Existez, manifestez vous plus souvent”, tuona il ministro contro un’inappuntabile consigliere di stato, che lavora nell’ombra fino a notte fonda. I collaboratori esplodono. “Non mi parli in questo tono”, le risponde il consigliere diplomatico prima di andarsene. In un anno saranno in dodici a gettare la spugna, esasperati dai modi autoritari, il pressapochismo, la mancanza di prospettiva e la testardaggine con cui resiste all’apparato. Lei se ne frega: “Un ministro circondato da collaboratori che si lamentano non si sente sicurezza”. E va avanti come un treno, tagliando fondi,    sopprimendo preture, tribunali, corti di assise, accorpandonde sedi sparse sul territorio, ma intanto aumentano le spese sontuarie. Fatture ad libitum per pranzi e colazioni, rimborsi spese stravaganti che includono persino il fard, il cotone struccante, i collant della Wolford. Rachida tira fuori le unghie: “Mostratemi le fatture. Non ho mai superato i tetti di spesa. Non uso  l’appartamento di servizio, non prendo l’autoblu nel finesettimana, non organizzo festini al ministero a titolo personale....e poi le calze si sfilano e il trucco serve per le riprese in tv”. Ma non solo l’immagine, anche la sostanza lascia a desiderare quando Rachida si perde in una gaffe dopo l’altra. Un giorno trova del tutto regolare l’arresto di un giornalista di Libération, che indigna la Francia intera. E l’Eliseo interviene, annunciando una missione di studio. Il giorno dopo, dice che il carcere per i dodicenni è solo una misura di buon senso. E il premier Fillon si dichiara subito “totalmente ostile”. Poi c’è l’articolo al vetriolo del Point, settimanale amico, che racconta senza veli la fine dell’idillio col presidente, l’insofferenza, i pianti, le scene madrie  la disgrazia, insinuando persino che Rachida comunque è un’intoccabile perché al corrente di vicende riservate del Consiglio degli Hauts-de-Seine, dove adesso imperversa Sarkozy figlio. L’opposizione insorge. Piovono le interpellanze parlamentari. Rachida smentisce, difende il suo onore e lealtà assoluta verso il capo dello Stato. Ma l’incantesimo si è rotto. Finita la corsia preferenziale, le vacanze insieme, esclusa dal gruppo dei sette ministri fedelissimi che Sarkozy consulta ogni settimana, Rachida non può nemmeno più telefonargli di prima mattina: “Il presidente ora è sposato, non bisogna disturbarlo a quest’ora” le ha spiegato Carla, la nuova moglie, l’anti Cécilia.

Marina Valensise
© Il Foglio, 20 dicembre 20008.







Sarkozy bravò: usa l’arma della calma per difendere l’Europa e il Dalai Lama
Pubblicato il 8 dicembre 2008, in Diario

La Cina non ci sta. Dopo l’incontro a Danziga tra Nicolas Sarkozy e il Dalai Lama, il viceministro degli esteri cinese ha convocato l’ambasciatore di Francia  per esprimere “forte protesta”. E la stampa cinese, controllata dal partito comunista, è partita in quarta, lanciando avvertimenti contro “l’arrogante presidente francese” responsabile di un (....continua domani sul Foglio)

 

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