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Quella sera che Saul Bellow invitò Allan Bloom a raccontare la chiusura della mente americana
Pubblicato il 16 aprile 2009, in Diario

La loro era un’amicizia vera, nel senso nobile che Platone e Aristotele davano al termine, per distinguere una comunità di uomini in cerca della verità dall’accidentale intimità tra individui mossi solo dall’utile o dal piacere. S’erano conosciuti a Chicago nel 1979, dove entrambi erano finiti a insegnare all’Università. Saul Bellow aveva all’epoca 64 anni. Allan Bloom, 49. Ma la differenza d’età funzionava al contrario: il vero mentore era il più giovane, mentre il più vecchio se ne considerava il discepolo. Avevano preso a frequentarsi intensamente sin da subito, legati dalla comune origine ebraica - figlio di ebrei russi fuggiti da San Pietroburgo Bellow, ebreo americano di Daytona, nell’ Ohio, Bloom - e accomunati dalla spiritosaggine: due battutisti crudeli, con il gusto della conversazione e un vorace appetito per la vita. Bellow aveva già scritto i romanzi che lo resero famoso (Le Avventure di Augie March, Herzog, Il Dono di Humboldt) e aveva già vinto il Premio Nobel per la letteratura. Bloom aveva tradotto l’Emile di Rousseau, la Repubblica di Platone, aveva studiato la politica nei drammi di Shakespeare, aveva già insegnato a Yale, Cornell e Toronto, ma nel mondo accademico era considerato un paria, un eccentrico, uno snob, addirittura un conservatore. Era odiato da liberal e radicali, perché cresciuto alla scuola di Leo Strauss, l’ultimo filosofo classico dei tempi moderni che in nome del diritto naturale combatteva il relativismo, lo storicismo e il nihilismo contemporanei.

Bellow e Bloom abitavano a pochi isolati l’uno dall’altro, nel quartiere di Hyde Park, l’enclave sulle rive del lago Michigan che separava l’Università dal ghetto nero, i Nobel dell’economia dai sassofonisti jazz del Cheker’s Board. Passavano interi pomeriggi a chiacchierare, dopo pranzo, nei salottini del Quadrangle Club, edificio neogotico e tovagliette a quadri bianchi e rossi. Per chi veniva dall’Europa costituivano un’attrattiva irresistibile nella desolazione del Midwest, fra inverni gelati a 40 gradi sottozero ed estati torride. Un centro d’irradiazione di idee profonde e alta cultura, un seminario spontaneo e permanente sulla grandezza e le miserie dell’umanità; la psiche dell’americano medio messa a nudo, le bizzarre distorsioni del culto dell’eguaglianza e della libertà, e l’Eros, che per Socrate era il centro dell’anima, il daimon offerto dagli dei per compensare la perduta pienezza dell’umanità, come insegnava Platone nel Simposio. François Furet che da Parigi traversava ogni anno l’Atlantico per ritrovarsi a Hyde Park come uno studente ricco, alternando le lunghe soste alla Regenstein Library ai seminari dell’Olin Center, teneva corsi su Stendhal e il mito di Julien Sorel che venivano seguiti da Saul Bellow e seguiva a sua volta quelli di Allan Bloom che gli diceva scherzando: “Il mio Alcibiade sei tu”.

La sera si ritrovavano insieme per un aperitivo ai Cloisters, in Dorchester Avenue, dove Bloom viveva in un appartemento al 12° piano, inondato di luce e musica di Verdi e di Rossini, con le foto di Kissinger, Reagan e la Thatcher che aureolavano la porta d’ingresso, il gigantesco frigo della cucina sullo sfondo, il dispensatore di ghiaccio tritato, il divano in pelle nera con accanto la postazione telefonica degna di un dirigente del Pentagono, da cui tesseva le infinite sue trame di informazioni, pettegolezzi, notizie più o meno riservate, con gli ex allievi e buoni amici sparsi per il mondo a trattare la grande politica: da Francis Fukuyama ad Alain Besançon, da Pierre Manent a Harvey Mansfield, da Thomas Pangle a Pierre Hassner. Sullo sfondo, la dottrina hegeliana della fine della storia, la teoria repubblicana di Machiavelli nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e la virtù secondo Montesquieu, scopritore della libertà inglese. Verso le sette raggiungevano a piedi il Flamingo, sul Lake Shore Drive, piccanti salsine francesi, poderose carni di manzo cotte rigorosamente al sangue e Château Laffitte del ’72. Bellow passava in rassegna vizi e virtù, sogni e illusioni, drammi e pochezze della sua ultima moglie. E raccontava gli eccessi del “politically correct” di cui era preda l’Università: porta aperta quando si riceveva una studentessa, necessità di passare dal notaio prima di portarsi a cena una ragazza, feroci sanzioni morali agli europei in visita che volevano andare a sentire la messa cantata dei neri, come se il gospel fosse uno zoo. Bloom stava a sentire e cantava la curiosità di quella studentessa di Heidelberg che stava traducendo l’Emile, ma che era visibilmente ancora ignara di come Sophie nel V libro fosse riuscita, con femminile arte pudica, a farsi impalmare dal giovane allievo di tanto illustre precettore, dandogli l’illusione di essere libero e di seguire la propria natura.

Correva voce che fosse una gerontofila convinta, ma infelice per via dello stesso “Doktorvater”, sciupafemmine accanito. Il suo caso umano però restava indecifrabile, sebbene offrisse più d’uno spunto per riflettere sul tortuoso cammino dell’Eros, la fine delle grandi passioni e il tormento che patisce l’animo umano quando l’emancipazione democratica trionfa e detta l’eguaglianza tra i sessi. Forse era stato proprio in una sera come quella, al lume di candela del Flamingo, che Bellow diede a Bloom l’idea che l’avrebbe fatto diventare ricco e famoso. “Perché non scrivi un libro per denunciare le carenze di un’educazione progressista che oggi ai giovani dà solo l’illusione di conoscere le cosiddette scienze umane, senza minimamente prepararli alla vita?” Bloom alzò il capo, segnato da calvizie geologica, fissò Bellow dal fondo dei suoi occhi scuri, infossati sotto i sopraccigli ad arco, portò la sigaretta alla bocca, la succhiò com’era sua abitudine, stringendo le labbra intrise di saliva, inalò con soddisfazione tutto il veleno possibile racchiuso in una Marlboro, liberò il fumo dalle narici pelose, poi con mano tremante, perché carica di energia, spense la sigaretta a metà nel portacenere e disse: “It’s a great idea”. Il libro lo scrisse in pochi mesi e fu un best seller. “The Closing of the American Mind” ovvero “Il tramondo dello spirito americano” uscì nell’aprile dell’87 e vendette un milione di copie. Tradotto in tutto il mondo, anche in Italia (da Frassinelli), era un pamphlet denso e divertito, implacabile e dolente contro l’imperversare del “nihilismo debole”, versione americana della filosofia di Friederich Nietzsche e Martin Heidegger, una messa in guardia contro il culto di Michael Jackson fra le giovani generazioni e una certa tristezza degli animi seguita alla liberazione dei corpi. Bellow aveva scritto una prefazione nel suo solito stile sottotono, sobrio ma partecipe: “Professor Bloom is a front-line fighter in the mental wars of our times”, insomma lo lodava come combattente di prima fila delle guerre intellettuali del tempo. Bloom lo ringraziò durante uno dei suoi viaggi a Parigi con una cena luculliana al Lucas Carton in Place de la Madeleine in onore suo e della sua ex allieva Janis Freedman, divenuta nel frattempo la quinta moglie dello scrittore e ora anche la madre della sua ultima figlia.

Oltre che complici ideologici, Bellow e Bloom erano veri amici. Parlavano di tutto, si scambiavano tutto. Non era stato Bloom a far capire a Bellow l’assurdità del suo precedente matrimonio, con quella famosa signora sempre impegnata in convegni, congressi, conferenze e così assorta nei suoi pensieri da non aver mai tempo per mettere a posto la spesa? Non era stato lui a sbattergli davanti la verità delle due solitudini sotto lo stesso tetto durante un fine settimana fra i boschi del Vermont? Gli citò il Fedro di Platone e il famoso detto di Socrate secondo il quale un albero per quanto bello a vedersi, non riusciva a dire una parola, perché la conversazione era possibile solo in città, fra esseri umani. E Bellow si convinse che era vero, Bloom aveva proprio ragione. E divorziò. Passarono insieme, parlando, ridendo, scherzando gli ultimi anni della vita di Bloom, che finalmente ricco e famoso, poteva vivere all’altezza dei suoi mezzi e abbandonarsi al piacere del lusso e delle spese inutili e sontuose. Era afflitto da uno strano disturbo neurovegetativo, ma continuava a irradiare intorno a sé intelligenza e allegria e s’era addirittura messo a dettare il suo testamento spirituale, un libro sull’amore e l’amicizia (Love and Friendship, Simon and Shuster, 1993) mai tradotto in italiano, sebbene offrisse una summa ragionata dell’amore romantico attraverso le opere di Jean-Jacques Rousseau e i grandi romanzieri dell’800, Stendhal, Jane Austen, Flaubert e Tolstoj. “Ti servirà a emanciparti da me”.

Prima di morire nel ’92, Bloom chiese a Bellow di scrivere la sua biografia: “Più che una richiesta è un obbligo. Ti servirà a emanciparti da me”. Bellow però fece passare qualche anno, lui stesso aspettò la propria morte, la vide arrivare alla sprovvista dentro un pesce velenoso dei Caraibi, la evitò per un pelo grazie alla medicina e all’amore della giovane moglie, e solo allora decise di mettersi a scrivere la vita dell’amico, facendone un romanzo. Ravelstein, la storia di un amico vero, ebreo, filosofo della politica, intriso di Tucidide e Platone, di Mosé e Maimonide, autore di bestseller, malato di Aids e ancora innamorato della vita e fino allo stremo delle forze incline all’Eros e alle sue leggi imperiose. Il critico Giovanni Raboni e gli scrittori Giorgio Montefoschi e Mario Fortunato, forse convinti che si trattasse di pura fiction, hanno tralasciato l’aspetto documentario del romanzo. Questa però è la storia di un’amicizia che ebbe vita effettiva e dettagliata, ma anche romanzesca, al punto che Martin Amis la sta già raccontando in un libro che si chiamerà “Experience”. Saul Bellow si è pentito dell’outing sull’omosessualità e l’Aids di Bloom, incertezze esistenziali in un romanzo che è l’ultimo vero tributo a un complice straordinario che non si vuole lasciare andare via.

Marina Valensise

@ Il Foglio, martedì 29 agosto 2000:

 

Foucault non era un nihilista, solo che la verità gli appariva poco vera
Pubblicato il 30 giugno 2008, in Diario

Michel Foucault nichilista? Lo storico della follia, della prigione, della nascita della psichiatria, delle norme e dell’ordine del discorso, della sessualità e del governo di sé, era un nietzschiano relativista, negatore della verità? Era l’ultimo paladino dell’antioccidentalismo, l’antiumanista profeta della fine della metafisica e della morte della soggettività, come scrissero Luc Ferry e Alain Renaut, in un saggio di vent’anni fa (“La pensée 68” ed. Gallimard) al quale Sarkozy avrebbe attinto a piene mani? Neanche per sogno. A proporre una sua reinterpretazione oggi è Paul Veyne, lo studioso di Roma antica, di Seneca e Nerone, dell’impero e dei gladiatori, che i nostri lettori conoscono per un saggio sulla conversione di Costantino, in cui racconta le conseguenze straordinarie di quel gesto che trasformò il culto di una piccola setta ascetica nella religione di un impero (“Quand notre monde est devenu chrétien” 312-394, ed. Albin Michel).
Con la stessa curiosità e identico smalto, Veyne propone ora un ritratto inedito del suo amico e collega, che fu uno degli storici più brillanti del secondo Novecento (“Foucault sa pensée, sa personne”, Albin Michel), ma se uno gli domanda se abbia avuto un intento apologetico, il primo a schermirsi è lui: “No – dice Veyne – volevo solo cercare di capire un pensiero difficile, segnato dallo scetticismo e dall’empirismo. E’ stato lo stesso Foucault a offrirmene la chiave. Una sera parlando dei miti, mi disse: ‘Heidegger voleva sapere qual è il fondamento della verità; Wittgenstein, cosa si dice quando si dice la verità; a me invece interessa capire perché la verità è così poco vera’. Per tutta la vita, Foucault non ha fatto che interrogarsi sui ‘giochi di verità’, su quelle verità peculiari a ogni epoca, e sempre diverse come ogni periodo storico”.

 E’ per questo che nel ritratto che Veyne avrebbe voluto intitolare “Un Samurai nella vasca del pesce”, è l’uomo a tutto tondo che respira, non solo lo storico e il filosofo della cultura. E’ l’uomo che sa di pensare entro le categorie del suo tempo, ma per renderle intellegibili deve uscirne fuori. E’ il militante pronto a mobilitarsi per ogni giusta causa, Vietnam, Boat People, antisovietismo, persino il khomeinismo, che induca all’indignazione e alla rivolta. Pensatore ubiquo, estraneo alla destra, refrattario alla sinistra, Foucault, in fondo, per Veyne è rimasto sommamente indifferente al potere. “Come hai fatto? Mi chiese nel 1981 quando seppe che avevo votato socialista”, ricorda oggi Paul Veyne. “All’epoca, stava lavorando a un saggio mai scritto contro l’utopia socialista. E da intellettuale di sinistra era discretamente in crisi. Viveva uno straordinario sdoppiamento. Era capace di prendere posizioni rischiando la vita, ma senza perdersi in spiegazioni razionali”. Dunque, era ossessionato dalla verità, ma non credeva nella ragione, men che meno nella verità come ideale assoluto. Si contentava di studiare i fatti nella loro singolarità, e rielaborarli per spiegare l’ordine “discorsivo” della verità. Antimetafisico, viveva senza rimpianti il tramonto di ogni fondamento trascendente. “Ma tutto questo – sottolinea Veyne – non gli ha mai impedito di esprimere opinioni radicali e di metterle in pratica, anche a rischio della propria vita, come quando in Tunisia si fece quasi torturare”.
Ma il fatto che non credesse nella verità, non rende caduca l’azione del militante? “Niente affatto. Pensare di essere indeboliti se non si hanno ragioni sublimi, vuol dire esagerare il ruolo del pensiero; non capire che a guidare l’uomo non è la testa ma la pancia, non la teoria ma i sentimenti. Eravamo giovani e un bel giorno l’omofobia ci è parsa scandalosa, ma non abbiamo cercato di spiegarne il perché. Così, per un soldato della Prima guerra mondiale o un partigiano, sarebbe assurdo pensare che l’assenza di argomenti avrebbe minato la loro adesione a un ideale”.
Foucault dunque era uno scettico animato da forti convinzioni; non credeva nella verità, ma odiava il regime sovietico; non aveva ideali, ma s’indignò per il massacro di Sabra e Chatila; era un socialdemocratico, ma soffriva per il lassismo dei socialisti. “La loro particolarità è di non avere un programma, ma solo clientele, non avere idee, ma solo una tattica, quella del lasciare tempo al tempo, come diceva Mitterrand”. Era un ribelle, un libertario, “un brave pédé sans problème”, come lui stesso si dichiarava, ma per un attimo sognò di sposarsi una von Bülow, reincarnazione dell’ultimo grande amore di Nietzsche. Si vantava di essere un accanito fornicatore, ma non voleva che i gusti sessuali definissero l’identità di una persona, anche se morì nel 1984 di Aids. Era il prototipo dell’intellettuale libero, liberato, occidentale eppure, altro paradosso, nel 1979 inneggiò alla rivoluzione di Khomeini contro lo Shah di Persia. “Era convinto che tra 500 anni la gente avrebbe pensato in un modo diverso dal nostro, e davanti alla nuova dimensione politica della religione, si domandò se non fosse l’annuncio dell’avvenire”, spiega oggi Veyne. Fu un altro sdoppiamento di personalità, dove lo scettico, volterriano erede della libertà di pensiero, s’inchinava al carisma dell’ayatollah, guardando dall’esterno la stessa cultura che gli permetteva di essere scettico e libertario. Ma in questo modo non c’era il rischio di un fanatismo radicale sostitutivo della religione, e soprattutto non si finiva per dare un contributo determinante alla deriva relativista dell’occidente, minandone alla base la sua stessa tenuta? “Non so cosa Foucault avrebbe pensato. Per paura di cadere nel dogma dell’occidente centro del mondo suppongo che ne avrebbe diffidato” dice Veyne. “E’ questa forse l’origine della sua infatuazione khomeinista; ecco una postilla che dovrei aggiungere al mio libro”. Foucault insomma diffidava delle idee correnti, delle verità acquisite, ma ha finito per corroborare senza saperlo l’incertezza dell’occidente che oggi abbiamo sotto gli occhi. “No, non direi. Solo i preti e i comunisti pensano che la gente reagisca perché indottrinata. In realtà, gli uomini si muovono di pancia, non di testa. E se oggi cinque milioni di musulmani chiedono per le loro donne medici donne, testa coperta e piscine separate, Foucault è morto venticinque anni fa quando il problema del multiculturalismo non esisteva. Non so cosa avrebbe pensato oggi. Certo, l’occidentalismo è una superstizione, ma io trovo orripilanti lo spettacolo delle donne separate e l’idea che la verginità diventi un diritto per il matrimonio, e il 73 per cento dei francesi la pensa come me”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 1 luglio 2008

I trent’anni controcorrente dei liberali di Commentaire
Pubblicato il 25 aprile 2008, in Articoli


Massima allerta per i desiderosi di sostanza. Commentaire, la rivista fondata da Raymond Aron, festeggia i trent’anni con un dizionario del contemporaneo. Trenta firme scelte trattano di altrettanti temi-chiave: Leszek Kolakowski di Religione, per dire che più del dialogo interreligioso può la pratica di una fede comune. Simone Leys di Verità, per ricordare il paradosso dell’arte che rivela la realtà. Thérèse Delpech di Irrazionale e il suo successo spettacolare, il giudice Ruymbeke di Istruttoria, l’avvocato François Sureau di Libertà… ma si parla anche di nazioni.  Di America, per cominciare, descritta da Marc Fumaroli nella cappa di piombo di noia e piattezza che avvolge i suoi studenti. Basta leggerne i diari: “Sono a Chicago, aspetto Steve, fuori piove, ho dormito bene, ho sniffato un po’ e bevuto molte birre”. Sembra la didascalia di un quadro di Hopper, e invece è il nemico senza volto della psiche americana, il vuoto che domina le città senza marciapiedi, puri conglomerati urbani dove dal nulla può spuntare fuori un museo pieno di capolavori di Poussin, come a Fort Worth. E’ la noia, per lo studioso del Rinascimento, la molla segreta dell’energia metamorfica che spinge l’America a rinnovarsi di continuo e la condanna al successo, all’ottimisimo, all’attesa di un futuro migliore, anche se atrofizzato dall’assenza di legami con l’esperienza della civiltà passata. Quest’atrofia, del resto, è la stessa che affligge oggi le nazioni d’Europa, potenze declassate rispetto all’egemonia passata. Per esempio, la Francia – scrive Nicolas Baverez – anziché adattarsi al moderno, si lacera pur di mantenere idee vecchie, rifiuta di abbandonare il fordismo keynesiano o di accettare il crollo sovietico; non vuole prendere atto del ritorno in auge della religione dopo l’11 settembre e s’oppone all’integrazione europea. In balìa di una  libertà rivoluzionaria, conservatrice e avida di novità, osteggia le riforme, anche se la sfida della globalizzazione è inesorabile, per la dialettica tra l’universalizzazione, effetto di mercato e tecnologie, e la forza di disintegrazione legata al conflitto tra valori e identità diversi. Nel Ventesimo secolo, riassume Baverez, la Francia ha globalizzato le guerre civili; nel Ventunesimo deve arginare le guerre globali scoppiate in nome della religione o di nuove ambizioni imperiali. Non è detto che ce la farà, ma sapere cosa deve fare è già un passo avanti.

Fra le ambizioni imperiali un posto a parte va a quelle della Cina, che offre una smentita storica alla democrazia occidentale, visto che lì il ritorno al capitalismo avviene senza bisogno di libertà politica. E infatti, Jean-Luc Domenach ricorda la forza modernizzatrice di Den Xiaoping, il mix di terrore e apertura economica, l’ingresso della Cina nel Wto, che ha trasformato un paese sottosviluppato nella quarta potenza mondiale; ma insiste anche sull’incognita che grava sull’avvenire di un paese che persegue il grande balzo in avanti in termini di crescita, cavalca senza prudenza l’eccesso di investimenti ed export, e però, così facendo, sostiene un aumento universale di costi che la costringerà a un’escalation tecnologica e anche sociale.
Poi c’è Israele, che a sessant’anni dalla fondazione dovrebbe andare incontro a prospettive plumbee. E invece è un paese che, in piena guerra, grazie alla sburocratizzazione, alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alla forte concentrazione di industrie ad alta tecnologia, cresce di circa il cinque per cento l’anno, ha un pil pro capite di due terzi superiore a quello francese (dell’ottanta per cento, a parità di potere d’acquisto), una democrazia vivace e una libertà di stampa senza paragoni. Effetto, secondo Armand Laferrère, della stessa minaccia militare, da parte di Siria e Hezbollah sulla frontiera nord, di Hamas a Gaza, e dell’Iran di Ahmadinejad. La quale, per quanto remota, visto che provocherebbe una reazione nucleare israeliana che distruggerebbe l’Iran, sarebbe assurdo voler neutralizzare con una riedizione di Monaco 1938. “Visti dalla Francia, sono problemi che superano la nostra capacità di agire”, scrive Laferrère, che insiste sull’asimmetria dei media, sempre misuratissimi nel condannare gli attacchi anti-israeliani, ma molto meno nell’addebitare a Israele responsabilità ben più gravi. “Se le grandi potenze, seguendo il freddo calcolo dei loro interessi, lasceranno distruggere il piccolo stato ebraico, questo modesto crimine mi toglierebbe la forza di vivere”, scriveva Aron nel ’67, durante la Guerra dei sei giorni. Oggi invece i suoi eredi parlano tutt’al più di “fatica di vivere”. Altri problemi, in realtà, assediano le democrazie, vulnerabili alla demagogia e alla corruzione, al relativismo, all’assenza di tradizione e di memoria. In mancanza di un’idea provvidenziale della storia, osserva Alain Besançon, prevale il modello meteorologico del sereno dopo la tempesta, vale a dire la ripetizione aleatoria dell’identico. “The Sun is Lost, all coherence is gone”, scriveva l’elisabettiano John Donne. E infatti, oggi, nessuno dei moderni crede più a una superiorità del passato. “Orazio e Aristotele ci hanno già parlato delle virtù dei loro padri e dei vizi del loro tempo, e nel corso dei secoli molti autori l’hanno ripetuto. Se avessero detto la verità, gli uomini oggi sarebbero degli orsi”, scrisse ai suoi tempi Montesquieu. Ben venga, dunque, osserva Besançon, la felice ignoranza del reale, l’incoscienza che ha protetto quanti vissero sotto il nazismo e il comunismo, riuscendo per questo ad amare, generare, educare, come eroi incuranti dei rischi. L’ignoranza come anestesia dei mali contemporanei? Sì, però: “Da venticinque anni in Francia sono stati abortiti sei milioni di feti, operazione in cui il senso comune contemporaneo vede solo un progresso nel diritto delle donne a disporre del proprio corpo. Duecentomila aborti l’anno corrispondono alla mortalità infantile nel regno di Luigi XIV. Ma quale giudizio morale daranno le nuove generazioni?”. “La storia è un incubo da cui cerco di svegliarmi” diceva Joyce; “Svegliarsi forse non è una buona idea. E’ peggio”, chiosa l’ultimo l’aroniano.

Marina Valensise
© Il Foglio, 26 aprile 2008



 

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