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Bologna, mercoledì 15 ottobre 2008, ore 1730
Pubblicato il 7 ottobre 2008, in Appuntamenti

Facoltà di Scienze Politiche. Seminario sulla Quinta repubblica francese, con Paolo Pombeni e Angelo Panebianco.

Sarkozy vince per un voto la battaglia sulla riforma costituzionale
Pubblicato il 21 luglio 2008, in Diario

Scampato pericolo per Nicolas Sarkozy. Riunito in congresso, il parlamento francese ha approvato con una maggioranza dei tre quinti la riforma della costituzione. La sesta repubblica nasce grazie a un solo voto in più rispetto ai 538 necessari, sugli 896 espressi. Deputati e senatori hanno iniziato a votare alle 17.45. Il risultato è stato proclamato un’ora dopo. Il presidente l’ha appreso a bordo dell’aereo con cui rientrava dalla visita in Irlanda. Per lui è una vittoria di  misura, che pone fine alle polemiche recenti, ma una vittoria chiave. L’Ump ha messo da parte le sue croniche divisioni, per settimane si è impegnato ad addolcire la pillola riformatrice ai socialisti, fino a che Jean François Copé, capogruppo del partito presidenziale all’Assemblea e attivamente antisarkozista, ha serrato le fila, qualche minuto prima dell’inizio del voto. Anche François Fillon, il premier che molti esperti danno ormai verso un’uscita per incompatibilità con il presidente, aveva fatto campagna per il voto: o si sta con la riforma e quindi con il rinnovamento o si sarà per sempre schiavi dello status quo, aveva detto, elaborando a suo modo la “rupture” sarkozysta. Tutti uniti, quindi, soltanto sette irriducibili dell’Ump si sono sottratti, mentre almeno dieci socialisti, i centristi e i radicali hanno votato “sì”, a testimonianza che la grande “ouverture” di Sarkozy non si è esaurita con qualche ministero concesso ai rivali all’indomani dell’elezione.
Sul difficile fronte interno in cui la rottura fatica a girare ai ritmi che Sarkozy si augurava, il presidente francese aveva puntato tutto su questo progetto. “La sconfitta della riforma – aveva detto la settimana scorsa al Monde – sarebbe una sconfitta per tutti e per la democrazia”. Per non stare a vedere, ieri è andato a Dublino a occuparsi della Bce e del Trattato di Lisbona, felice per un giorno di dedicarsi a tempo pieno al caos europeo, nonostante i contestatori lo abbiano accolto con schiamazzi offensivi al suo arrivo all’aeroporto. Dopo il successo della riforma del servizio pubblico Tv, i suoi consiglieri gli dicevano di essere ottimista, ma i calcoli all’Eliseo “non tornavano”, raccontano gli insider. Ieri mattina, svegliandosi con un accorato appello del socialista Jack Lang – “Io voterò a favore”, ha detto in più interviste – Sarkozy è partito per l’Irlanda con un sorriso più deciso. Per di più che i francesi, così altalenanti nelle loro simpatie, erano finalmente dalla sua parte: secondo i sondaggi la riforma godeva dell’86 per cento dei consensi.
I socialisti hanno tentato il grande colpo fino all’ultimo. Arnaud de Montebourg, ex portavoce di Ségolène Royal, ha dato fondo a tutte le paure che la riforma ha scatenato. “Si istituzionalizza una nuova forma di monocrazia, dove tutti i poteri derivano da uno solo”, ha detto sintetizzando le accuse di “bonapartismo” che sono diventate il refrain dell’opposizione di sinistra alle iniziative di Sarkozy. A voto concluso, con ancora gli occhi sbarrati per quell’unico voto che ha consegnato al presidente un successo decisivo e inaspettato, de Montebourg ha dichiarato: “E’ una triste e scandalosa occasione mancata”.

Gli emendamenti e il precedente
“La democrazia ha vinto”, ha commentato Sarkozy quando sono arrivate le buone notizie da Versailles. Di fatto, il progetto iniziale, nato dalla commissione Balladur alla fine del 2007, era stato limato per andare incontro alle esigenze socialiste, tanto che erano già stati accolti, nelle sessioni precedenti, oltre venti emendamenti presentati dall’opposizione. Secondo il testo approvato, d’ora in avanti, il capo dell’Eliseo non potrà ambire a più di due mandati ma potrà – questa è la misura più discussa, in quanto si teme uno scavalcamento delle funzioni del governo – riferire davanti all’Assemblea nazionale sul suo operato. Deputati e commissioni hanno un diritto di veto su alcune nomine presidenziali, l’Assemblea nazionale ha la facoltà di mettere a punto la propria agenda senza il dovere di consultazioni con il governo e il testo pone fine al controllo dell’Eliseo sul sistema delle commissioni parlamentari. Ci saranno referendum di iniziativa popolare e gli allargamenti dell’Ue saranno sottoposti a voto popolare. Per il Figaro, la riforma “limita i poteri del presidente e rafforza quelli del Parlamento”.
Già si parla però di vittoria risicata, quasi a definirne l’illegittimità, come ha detto il capo dei socialisti François Hollande. Ma, secondo Copé, “spesso le grandi riforme del nostro paese sono state adottate per un voto”. Faceva riferimento all’emendamento Wallon che, nel 1875, instaurò la Repubblica francese, con un unico voto di scarto.

© Il Foglio, 22 luglio 2008

Sarkozy si gioca la grande riforma in un pugno di voti
Pubblicato il 19 luglio 2008, in Diario

Domani si saprà se Nicolas Sarkozy andrà incontro alla sua prima sconfitta politica. A Versailles, infatti, si riunisce il congresso, e cioè Senato e Assemblea nazionale in sessione plenaria, per approvare in via definitiva la riforma costituzionale che i due rami del Parlamento hanno votato nei giorni scorsi. La posta in gioco è alta. Si tratta di adottare la revisione costituzionale voluta da Sarkozy e suffragata dai lavori della commissione Balladur che nei mesi scorsi ha federato il fior fiore dei costituzionalisti, politologi, e giuristi nell’intento di svecchiare le istituzioni della Quinta Repubblica. La riforma mira a emendare il regime semipresidenziale: vuole rafforzare i diritti del Parlamento, estenderne il ruolo politico, riconoscere per esempio il potere di fissare il proprio ordine del giorno, almeno per due settimane su quattro, cosa che oggi invece è prerogativa esclusiva del governo; vuole limitare la decretazione d’urgenza, attraverso il contingentamento del 49-3, il controverso articolo della Costituzione gollista, e limitare il potere di nomina del presidente facendolo condividere alle commissioni parlamentari competenti e vincolandolo a una maggioranza dei tre quinti; infine assegna all’opposizione la presidenza di alcune commissioni parlamentari chiave, fra cui le commissioni di inchiesta che potranno essere create ad hoc su iniziativa della stessa opposizione, e punta a favorire il ritorno in Parlamento dei ministri uscenti, aprendo fra l’altro la rappresentanza nazionale al voto dei francesi all’estero, come è successo in Italia.
    Per approvare la riforma costituzionale è necessaria una maggioranza dei tre quinti del Congresso, vale a dire 544 voti dei 906 espressi dalla somma dei 576 deputati e dei 330 senatori. Ma stante l’opposizione dei socialisti, che non intendono offrire al presidente una vittoria sul piatto d’argento, e dunque hanno dichiarato di essersi sentiti “umiliati” dai suoi metodi spicci, stante l’ostilità dei centristi del Modem di François Bayrou, che cercano ogni occasione di riscatto, dopo la scomparsa dall’agone politico, e vista l’insofferenza in seno allo stesso partito di maggioranza, retto da un rivale in pectore del presidente, come il giovane e ambizioso ex ministro del Bilancio Jean-François Copé, a Parigi fervono le ipotesi più svariate. Sarà una vittoria risicata, no, una sconfitta annunciata, forse un successo, ma sul filo di lana.
Molto dipenderà dal numero degli assenti e dalle astensioni. Gli ultimi calcoli, riportati dal Point, darebbero per certi 533 sì, vale a dire più di dieci voti in meno di quelli necessari a spuntarla, e 358 no, cinque meno dei 363 che servono a bocciarla. C’è ancora un giorno per convincere i più riluttanti, come i gollisti impenitenti e i seguaci indefettibili di Dominique de Villepin, altro rivale storico di Sarko. Certo, l’esempio di Bernard Debré, deputato Ump, nonché figlio del costituzionalista Michel che per il generale De Gaulle scrisse la legge fondamentale della Quinta Repubblica, lascia ben sperare. Contrario alla riforma, Debré jr. alla fine ha cambiato idea: “Da gollista storico mi sforzerò di convincere i deputati dell’Ump che è una riforma bipartisan, che supera le divisioni politiche” ha ammesso in extremis al Figaro.

A caccia di oppositori nella maggioranza

I socialisti non demordono. Vanno a caccia di oppositori nelle file della maggioranza. Il segretario del Ps, François Hollande, ha lanciato dal suo blog un appello a votare contro la riforma, mostrando indifferenza verso quanti osservano (Sarkozy è uno di essi) l’assurdità di opporsi per partito preso a una riforma che i socialisti stessi hanno sempre sognato, senza mai riuscire a concretizzarla, solo perché a mandarla in porto è un presidente di centrodestra. “La sconfitta della riforma istituzionale sarebbe una sconfitta per tutti, per la democrazia, per il Parlamento, per i diritti dei cittadini”, ha detto Sarkozy in un’intervista al Monde. Ma la sconfitta sarebbe soprattutto per lui, l’iperpresidente, che ne uscirebbe indebolito non solo sul piano interno, ma anche su quello internazionale, proprio nel momento di massimo impegno come presidente dell’Unione europea e copresidente dell’Unione per il Mediterraneo.

Marina Valensise
© Il Foglio, 20 luglio 2008


 

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