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Fermiamo Ahmadinejad, rischiamo tutti il terrorismo nucleare”
Pubblicato il 9 maggio 2008, in Diario



Aveva detto che non sarebbe andato al Salone del Libro. Troppo complicato essere a Torino e contemporaneamente a Roma, per  la prima europea del “Viaggio alla fine del Millennio”, l’opera tratta dal suo romanzo, con musiche di Josef Bardanashvili, la regia di Omri Nitzan e diretta da uno dei responsabili dell’Opera di Tel Aviv, Asher Fish.Invece, vista la situazione, Abraham B. Yehoshua ha cambiato idea. Ieri mattina era al Lingotto e ieri sera al Teatro dell’Opera di Roma, per celebrare il sessantesimo anniversario dello stato di Israele. “Il presidente Napolitano ha insistito. Dovevo mostrarmi solidale contro il boicottaggio alla Fiera del Libro. Era una questione morale. E d’altra parte, una prima europea all’Opera di Roma è la prova divina dell’opera stessa” dice Yehoshua seduto nell’androne del teatro romano. Parla francese con calore mediterraneo,  agitando le braccia con gesti ampi, mentre gli occhi sorridono dietro le lenti da miope. E’ un uomo felice, anche se pensa sia pericoloso ammetterlo per uno scrittore, “perché poi smette di scrivere”. Racconta del piacere e del dolore di seguire lo spettacolo parola per parola, e per un romanziere fluviale come lui, capace di passare dal cosmo di un mercante dell’anno Mille agli amplessi senza passione di una professoressa di Haifa, scrivere un libretto forse è una costrizione. “E’ la prima volta” risponde Yehoshua. “Ma io ho sempre frequentato l’opera, e in particolare quella italiana che amo moltissimo. Chi invecchia ha bisogno di provare forti emozioni e l’opera ne è un concentrato”. Il suo Viaggio affronta un tema universale come  il ruolo della donna, la bigamia e la monogamia. “Racconta di come gli ebrei negoziano tra loro i codici morali” spiega Yehoshua pensando al ricco mercante bigamo e  al nipote suo socio in affari, rigidamente monogamo, protagonisti del dramma. “Gli ebrei della diaspora vivevano per lo più in paesi islamici, solo il sette per cento in paesi cristiani, e ogni comunità era influenzata dai popoli fra i quali viveva, yemeniti, polacchi, egiziani. Come facevano a conservare la loro identità, senza un Papa, un principe che potesse imporre loro codici comuni? Dovevano negoziare liberamente i loro codici, convincersi a vicenda della moralità di una scelta. Oggi per noi ebrei è diverso. Viviamo sotto l’autorità dello stato ”. Il che non significa alcuna nostalgia per l’ebreo diasporico: “Non potrei mai” assicura lo scrittore. La diaspora ha portato a una catastrofe. Io voglio solo vivere in Israele da israeliano, come fa un italiano in Italia, coi propri codici, creando una realtà nazionale, che evolve. E voglio farlo sulla mia terra, coi miei compatrioti e gli altri componenti”.

 Yehoshua è nato 72 anni fa a Gerusalemme dove la sua famiglia viveva da cinque generazioni. Quando è nato lo stato di Israele era un ragazzo di 12 anni, e ricorda benissimo quei giorni. “Vivevamo in un rifugio, sotto i bombardamenti. Gerusalemme visse per un mese e mezzo l’assedio da parte dell’esercito giordano. Mio padre, che lavorava nei servizi di informazione, venne  ferito”. Il padre era un orientalista. Classe 1905, scrisse libri di storia araba, e di folclore locale, a cavallo tra Otto e Novecento. Da vecchio, si cimentò pure con una storia di Gerusalemme, di cui il figlio oggi s’appresta a riesumare alcuni capitoli, per un’edizione a quattro mani destinata all’editore Einaudi.  Ma quando parla della sua vita da bambino, ai tempi della guerra di indipendenza,  ne ricorda tutta la durezza. “Piena guerra, fame, razionamenti. Ci voleva poco ai giordani per conquistare il quartiere ebraico di Gerusalemme e liquidarci del tutto. C’era un’assoluta sproporzione tra il piccolo esercito glorioso di 600 mila ebrei, e il milione e duecentomila palestinesi, tra Giordania, Siria, Egitto, Iraq. Combattemmo da soli e vincemmo”.
    Yehoshua è un laico, sposato a una psicanalista alla quale però non racconta i suoi sogni. Non crede in Dio, e nemmeno nella provvidenza, ma pensa che lo stato di Israele sia un miracolo  del XX secolo. “All’inizio gli ebrei non volevano venire. Il progetto sionista apparteneva a un’esigua minoranza. E non venivano nemmeno dopo che Lord Balfour con la dichiarazione del 1917 ottenne un accordo internazionale per la creazione di un ‘focolare’ ebraico. Noi ebrei dunque non abbiamo colto l’occasione per  creare uno stato ebraico prima dell’Olocausto. La principale responsabilità  fu degli ebrei della diaspora. Il miracolo avvenne dopo l’Olocausto e la  tragedia del genocidio, quando milioni di ebrei, un terzo dell’intero popolo, vennero uccisi come microbi non per motivi territoriali o economici, e scomparvero in condizioni tremende”.

    Di questa storia miracolosa e incomprensibile son pieni i libri di Yehoshua, a cominciare da quello che molti considerano il suo capolavoro, “Il Signor Mani”, dialogo inininterrotto tra sette generazioni  che si rincorrono come ombre di una memoria lancinante. Yehoshua entra nella psiche di un medico d’inizio Novecento, scruta i  tormenti del figlio bambino, orfano risentito e abbandonato a se stesso, risale ai tempi del patriarca,  avanza in una fuga intemporale nell’identità che lega inesorabile i membri di una stessa famiglia, per scoprire il filo ininterrotto con le vicende di oggi, attraverso l’amore senza avvenire di un soldato in servizio nel Libano e l’orfana di un kibbutz. Racconta il passato e il presente, fatti insulsi e universali, passioni e tormenti, angosce e illusioni, come se avesse una conoscenza carnale del suo popolo; carnale come quella che ciascuno di noi, pur non avendoli mai conosciuti, può avere dei propri antenanti, ignoti, remoti eppure sempre vivi perché parte di una stessa famiglia che sopravvive al tempo. “I miei antenati” dice Yehoshua che come ogni romanziere ama ridurre il peso dell’autobiografia, “arrivarono all’inizio del XIX secolo da Salonicco, non l’antisemitismo, però”.

    A Salonicco non si sa quando fossero approdati. “Una parte degli ebrei di Salonicco venivano dalla Spagna. Al momento dell’espulsione nel 1492, erano duecentomila e si dispersero sulla rive del Mediterraneo. Venivano considerati un’élite ed essi stessi se ne facevano un vanto. Mio padre era un grande ammiratore della Spagna, danzava il flamenco, ma non so dire esattamente a quando risale l’arrivo della  famiglia a Salonicco, forse a prima della distruzione del Secondo Tempio”. Di una cosa sola è sicuro Yehoshua, e non riguarda la genealogia, ma la politica:  “Se invece di 5.000 ebrei ne fossero arrivati cinquecentomila, su una popolazione di due milioni di persone, si sarebbero potute creare le basi di uno stato nazionale prima dell’Olocausto. La mia famiglia aveva capito che questa era l’unica soluzione, ma la maggioranza all’epoca era cieca, non voleva capire. Non c’è da stupirsi, succede anche oggi. Che le colonie nei territori occupati fossero un errore fondamentale, l’avevamo capito trent’anni fa. Oggi finalmente l’ha riconosciuto anche la maggioranza. Lei mi dirà, come mai certi capiscono prima e altri dopo?”. E infatti, come mai? “E’ una questione morale” risponde Yehoshua. “Non è che siamo più saggi. Il sionismo disse all’ebreo: sei tu il responsabile del tuo destino, assumilo. In questo c’è una dimensione morale. L’ebreo sionista era uno che non voleva più essere l’appendice di un altro popolo, ma decidere in prima persona il proprio avvenire”.

    Ebreo, nato sabra e divenuto cittadino dello stato d’Israele, Yehoshua però non vuole sentire parlare di postsionismo. E quando uno accenna ai nuovi storici, ai  Benny Morris, Tom Segev, che hanno smantellato molti dei miti fondatori dello stato di Israele ricostruendo il passato con gli occhi delle vittime, il romanziere non fa una piega. “Sono per la ricerca della verità. Se i nuovi storici trovano fatti veri benvengano. Bisogna sempre dire la verità. E la verità evolve. Vent’anni fa, per esempio, i francesi erano convinti di aver fatto tutti la Resistenza, poi hanno scoperto che c’erano stati anche i collaborazionisti. Se hai un’identità ferma e solida puoi sempre esaminare i tuoi errori, come  il popolo ebraico in tema di rifugiati arabi”. Quanto al sionismo o al postsionismo, Yehoshua vorrebbe diminuire l’uso stesso del termine. “Il sionismo” spiega  “è sbagliato considerarlo un’ideologia. Ha solo promesso uno stato che appartenesse a tutti gli ebrei. Il resto sono discussioni su problemi specifici, come la guerra, la religione, l’esercito. L’errore oggi è di appiccicare il termine a ogni cosa. Se uno si dichiara postsionista è favorevole ad abolire la legge del ritorno. Ma se vuoi abolire la legge del ritorno, vuoi annullare la stessa base morale dello stato di Israele. Nel 1948 le Nazioni Unite hanno deciso di creare uno stato ebraico su parte della Palestina. Gli ebrei erano favorevoli a due stati. Sono i palestinesi che dicevano noi siamo contro lo stato ebraico e lo distruggeremo. La creazione di Israele fu la risposta alla catastrofe della Seconda guerra mondiale. D’altra parte, la distruzione della Germania fu un effetto del folle antisemitismo di Hilter, della cattiveria prodotta dall’antisemitismo. In piena guerra fredda i due blocchi hanno deciso insieme  di avviare la normalizzazione”.
    Oggi, certo, la prospettiva è ben più inquietante. “Se non risolviamo il problema” dice Yehoshua pensando ai proclami di Ahmadinejad, “rischiamo tutti di essere distrutti da un terrorismo atomico suicida, non solo noi, ma anche i palestinesi. Non credo nei miracoli, ma solo nel modo di vedere la storia, e oggi penso che l’unica soluzione stia nell’audacia, nel coraggio di  arrivare alla pace. Noi dobbiamo vivere con gli arabi, non con l’islam, ma coi palestinesi che ci vivono accanto. Dobbiamo dividerci come due gemelli siamesi. Con loro si può arrivare alla pace. Hamas continua a sparare razzi, ma finirà per cedere. Del resto è stato il capo della Seconda intifada a riconoscere che hanno fallito, che non dovevano rompere gli accordi di Camp David tra Barack e Arafat”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 9 maggio 2008



Venerdì 9 maggio, Torino
Pubblicato il 2 maggio 2008, in Appuntamenti

Salone del Libro, Spazio Rai, ore 16: Tavola rotonda su "Yehoshua: viaggio nel nuovo millennio", con Simonetta Della Seta, Claudia De Benedetti, Ernesto Ferrero e Giorgio Montefoschi, dopo la presentazione del documentario di Claudio Pagliara, "Yehoshua racconta Yehoshua".

 

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