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I trent’anni controcorrente dei liberali di Commentaire
Pubblicato il 25 aprile 2008, in Articoli


Massima allerta per i desiderosi di sostanza. Commentaire, la rivista fondata da Raymond Aron, festeggia i trent’anni con un dizionario del contemporaneo. Trenta firme scelte trattano di altrettanti temi-chiave: Leszek Kolakowski di Religione, per dire che più del dialogo interreligioso può la pratica di una fede comune. Simone Leys di Verità, per ricordare il paradosso dell’arte che rivela la realtà. Thérèse Delpech di Irrazionale e il suo successo spettacolare, il giudice Ruymbeke di Istruttoria, l’avvocato François Sureau di Libertà… ma si parla anche di nazioni.  Di America, per cominciare, descritta da Marc Fumaroli nella cappa di piombo di noia e piattezza che avvolge i suoi studenti. Basta leggerne i diari: “Sono a Chicago, aspetto Steve, fuori piove, ho dormito bene, ho sniffato un po’ e bevuto molte birre”. Sembra la didascalia di un quadro di Hopper, e invece è il nemico senza volto della psiche americana, il vuoto che domina le città senza marciapiedi, puri conglomerati urbani dove dal nulla può spuntare fuori un museo pieno di capolavori di Poussin, come a Fort Worth. E’ la noia, per lo studioso del Rinascimento, la molla segreta dell’energia metamorfica che spinge l’America a rinnovarsi di continuo e la condanna al successo, all’ottimisimo, all’attesa di un futuro migliore, anche se atrofizzato dall’assenza di legami con l’esperienza della civiltà passata. Quest’atrofia, del resto, è la stessa che affligge oggi le nazioni d’Europa, potenze declassate rispetto all’egemonia passata. Per esempio, la Francia – scrive Nicolas Baverez – anziché adattarsi al moderno, si lacera pur di mantenere idee vecchie, rifiuta di abbandonare il fordismo keynesiano o di accettare il crollo sovietico; non vuole prendere atto del ritorno in auge della religione dopo l’11 settembre e s’oppone all’integrazione europea. In balìa di una  libertà rivoluzionaria, conservatrice e avida di novità, osteggia le riforme, anche se la sfida della globalizzazione è inesorabile, per la dialettica tra l’universalizzazione, effetto di mercato e tecnologie, e la forza di disintegrazione legata al conflitto tra valori e identità diversi. Nel Ventesimo secolo, riassume Baverez, la Francia ha globalizzato le guerre civili; nel Ventunesimo deve arginare le guerre globali scoppiate in nome della religione o di nuove ambizioni imperiali. Non è detto che ce la farà, ma sapere cosa deve fare è già un passo avanti.

Fra le ambizioni imperiali un posto a parte va a quelle della Cina, che offre una smentita storica alla democrazia occidentale, visto che lì il ritorno al capitalismo avviene senza bisogno di libertà politica. E infatti, Jean-Luc Domenach ricorda la forza modernizzatrice di Den Xiaoping, il mix di terrore e apertura economica, l’ingresso della Cina nel Wto, che ha trasformato un paese sottosviluppato nella quarta potenza mondiale; ma insiste anche sull’incognita che grava sull’avvenire di un paese che persegue il grande balzo in avanti in termini di crescita, cavalca senza prudenza l’eccesso di investimenti ed export, e però, così facendo, sostiene un aumento universale di costi che la costringerà a un’escalation tecnologica e anche sociale.
Poi c’è Israele, che a sessant’anni dalla fondazione dovrebbe andare incontro a prospettive plumbee. E invece è un paese che, in piena guerra, grazie alla sburocratizzazione, alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alla forte concentrazione di industrie ad alta tecnologia, cresce di circa il cinque per cento l’anno, ha un pil pro capite di due terzi superiore a quello francese (dell’ottanta per cento, a parità di potere d’acquisto), una democrazia vivace e una libertà di stampa senza paragoni. Effetto, secondo Armand Laferrère, della stessa minaccia militare, da parte di Siria e Hezbollah sulla frontiera nord, di Hamas a Gaza, e dell’Iran di Ahmadinejad. La quale, per quanto remota, visto che provocherebbe una reazione nucleare israeliana che distruggerebbe l’Iran, sarebbe assurdo voler neutralizzare con una riedizione di Monaco 1938. “Visti dalla Francia, sono problemi che superano la nostra capacità di agire”, scrive Laferrère, che insiste sull’asimmetria dei media, sempre misuratissimi nel condannare gli attacchi anti-israeliani, ma molto meno nell’addebitare a Israele responsabilità ben più gravi. “Se le grandi potenze, seguendo il freddo calcolo dei loro interessi, lasceranno distruggere il piccolo stato ebraico, questo modesto crimine mi toglierebbe la forza di vivere”, scriveva Aron nel ’67, durante la Guerra dei sei giorni. Oggi invece i suoi eredi parlano tutt’al più di “fatica di vivere”. Altri problemi, in realtà, assediano le democrazie, vulnerabili alla demagogia e alla corruzione, al relativismo, all’assenza di tradizione e di memoria. In mancanza di un’idea provvidenziale della storia, osserva Alain Besançon, prevale il modello meteorologico del sereno dopo la tempesta, vale a dire la ripetizione aleatoria dell’identico. “The Sun is Lost, all coherence is gone”, scriveva l’elisabettiano John Donne. E infatti, oggi, nessuno dei moderni crede più a una superiorità del passato. “Orazio e Aristotele ci hanno già parlato delle virtù dei loro padri e dei vizi del loro tempo, e nel corso dei secoli molti autori l’hanno ripetuto. Se avessero detto la verità, gli uomini oggi sarebbero degli orsi”, scrisse ai suoi tempi Montesquieu. Ben venga, dunque, osserva Besançon, la felice ignoranza del reale, l’incoscienza che ha protetto quanti vissero sotto il nazismo e il comunismo, riuscendo per questo ad amare, generare, educare, come eroi incuranti dei rischi. L’ignoranza come anestesia dei mali contemporanei? Sì, però: “Da venticinque anni in Francia sono stati abortiti sei milioni di feti, operazione in cui il senso comune contemporaneo vede solo un progresso nel diritto delle donne a disporre del proprio corpo. Duecentomila aborti l’anno corrispondono alla mortalità infantile nel regno di Luigi XIV. Ma quale giudizio morale daranno le nuove generazioni?”. “La storia è un incubo da cui cerco di svegliarmi” diceva Joyce; “Svegliarsi forse non è una buona idea. E’ peggio”, chiosa l’ultimo l’aroniano.

Marina Valensise
© Il Foglio, 26 aprile 2008



L’agonia del 25 aprile, la fine della Repubblica e il nord leghista
Pubblicato il 22 aprile 2008, in Articoli

 Le cifre sono eloquenti. Il 48,9 per cento degli italiani non sente tanto il 25 aprile come festa nazionale; il 53,5 per cento trova invece che il 2 giugno unisca di più e, stando al sondaggio pubblicato dal Giornale, un quinto degli italiani non sa esattamente cosa si celebri in questa ricorrenza. Evapora così dalle coscienze una data chiave nella religione repubblicana. Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, si celebra il giorno in cui cinque membri del Cln, il liberale Arpesani, il democristiano Marazza, il socialista Pertini, il comunista Sereni, l’azionista Valiani, riuniti nella biblioteca del Collegio dei salesiani decretano i pieni poteri al Clnai (comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia), la pena di morte per i membri del governo fascista e i gerarchi colpevoli di aver soppresso le garanzie costituzionali, tradito il paese portandolo alla catastrofe, e lanciano un proclama per lo sciopero generale e l’insurrezione, invitando i cittadini a manifestare sotto il tricolore del Cnl contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista.
Era l’atto di fondazione della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla resistenza, dei partiti dell’arco costituzionale, che per decenni ne hanno fatto un principio inderogabile. Ancora sei anni fa, era l’86 per cento degli italiani (stando a un sondaggio Swg commissionato dalla Federazione italiana associazioni partigiani) a ritenere “importante” continuare a ricordare i valori della Resistenza. Passa poco più di un lustro e la proporzione è mutata. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che nel 2006, in corsa per il comune, aveva sfilato per Corso Vittorio Emanuele spingendo la carrozzella del vecchio padre, eroe della resistenza monarchica e liberale di Edgardo Sogno, sommersa dai fischi delle avanguardie dei centri sociali, ha fatto sapere che il 25 aprile non sarà a Milano e nemmeno il Primo maggio. La giunta comunale sarà rappresentata alle celebrazioni cittadine, ma non è la stessa cosa. E infatti l’associazione partigiani ha già espresso il suo rammarico.
Qualcosa è cambiato se il primo cittadino di Milano sceglie di disertare il corteo per la festa della Liberazione. Certo ormai sono decenni che gli storici discutono di mitologia della resistenza, denunciano l’amplificazione del numero dei partigiani impegnati in prima linea, per misurare invece, come fece per primo Renzo De Felice, l’estensione della zona grigia, formata dagli attendisti che vivacchiavano al riparo del né né, senza schierarsi né coi fascisti né coi partigiani, né coi tedeschi né con gli alleati. E ormai anche gli antifascisti s’interrogano senza complessi sull’epos resistenziale e il suo fondamento, come Sergio Luzzatto a proposito di Piero Calamandrei. E un Giampaolo Pansa che scava nel rimosso della guerra civile, riesumando i tanti morti senza sepoltura del triangolo rosso, fa scandalo solo per minoranze aggressive e faziose. Eppure nel comune sentire è come se questo cambiamento non avesse avuto effetto, o non fosse stato completamente registrato. Il 25 aprile è svanito lentamente, tra la disaffezione della sinistra, l’incuria del centrodestra e il disarmo di Berlusconi, che ogni volta, sia nel 1994 sia nel 2001, ha provocato lo sconcerto del radicalismo antifascista facendosi accusare di lesa maestà per le sue assenze alle celebrazioni. Per la verità, in questi anni, lo stesso antifascismo democratico ha ammesso, grazie a François Furet, la responsabilità di aver tenuto in vita un regime non meno totalitario di quello che aveva combattuto. “C’è un problema di memoria storica” avverte il politologo dell’Università di Perugia Alessandro Campi. “Nel ’94 la sinistra insorse cercando di esorcizzare la vittoria di Berlusconi; stavolta pensa di prendersi una rivincita con una festa nazionale, che però continua a dividere gli italiani”.
Il problema è che la nostalgia del 25 aprile sembra inesorabile, ma vibra su un paesaggio deserto, dove non c’è più traccia dei democristiani, dei socialisti, dei liberali, degli azionisti, dei comunisti, perché i partiti della Prima Repubblica sono stati travolti, e la rispettabilità sociale degli stessi antifascisti è tramontata nell’abbraccio col radicalismo dei centri sociali. “Evento di per sé positivo, la liberazione è diventata il simbolo di un’Italia conflittuale”, spiega Roberto Chiarini, che sulla competizione politica intorno alla memoria” ha scritto un libro. “La sinistra propone una memoria divisa che richiama la guerra, mentre la destra non ha il coraggio di affrontare seriamente il problema. La soluzione non è certo quella del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, quando dichiara che bisognerà riscrivere i libri di storia”.
Del 25 aprile adesso non resta più nemmeno il tricolore: è il colpo di grazia. In crisi il mito patriottico della Resistenza come vera rivoluzione nazionale che dopo la parentesi del fascismo doveva portare a compimento il Risorgimento. Il Nord, territorio classico della guerra di liberazione e della pedagogia civile fondata sull’antifascismo, è scappato di mano ai partiti democratici, nati dalla Resistenza, per scoprirsi leghista.
“Il Nord non crede più nell’unità nazionale”, dice Sergio Romano. “Dal Veneto mi scrivono in continuazione lettori che criticano acidamente il plebiscito del 1866. Vedono il sud come una palla al piede, e il patriottismo come una retorica vuota, da buttare via. E questo è il guaio. La fine della nazione, senza aver risolto la questione meridionale”.
Marina Valensise

©Il Foglio, 23 aprile 2008



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Bienvenue chez les Ch’tis, ritrae la Francia come vorremmo che fosse
Pubblicato il 21 aprile 2008, in Articoli

 
Non solo in Francia ma anche in America vanno pazzi per il film di Dany Boon, che in meno due mesi ha conquistato 18 milioni e mezzo di spettatori, pari a più di 170 milioni di incassi, secondo solo al recordo storico di Titanic, di 20 milioni e settecentomila spettatori. Proiettato a Los Angeles, in apertura della XII Festival del film francese, “Bienvenue chez les Ch’tis” ha fatto morire dal ridere anche gli americani vincendo il premio del pubblico. I produttori di Hollywood stanno già pensando di inventarsi un remake, ma non sarà facilissimo. Una delle ragioni del successo di questo film semplice e forte, esilarante e pieno di grazia, sta nella lingua, lo ch’timi, un patois del profondo Nord, vicino al fiammingo per i suoi gutturali, dove ogni conversazione all’orecchio del forestiero suona come una gag, per la tendenza a palatalizzare la esse, trasformandola in sci, mentre vocali e dittonghi si allungano o si restringono a seconda di come slitta la mandibola. Prima della fonetica, però, c’è l’arte drammatica. Dany Boon, comico quarantunenne rodato in teatro, ha scritto una sceneggiatura che corre leggera come una commedia americana. Lui che è un maniaco della scrittura, uno capace di svegliare la moglie alle tre di notte olo perché gli manca una voce femminile, si è fatto aiutare da due autori del Guignol di Canal+, che è come se Antonio Ricci si mettesse a scrivere per 
Verdone.
Insieme hanno concepito la storia semplicissima del direttore di un ufficio postale del Midi, che trasferito per punizione nel profondo Nord, dopo essersi finto handicappato onde ottenere un posto in Costa Azzurra per compiacere la moglie nevrotica, ne scopre il fascino inatteso. Afflitto, il poveretto lascia moglie e figlio, e parte sulla sua Peugeot imbottito di maglie di lana, piumino e pregiudizi; Jacques Brel come colonna sonora e 25km all’ora di velocità da crociera,“per arrivare il più lentamente possibile”. Graziato da una pattuglia della stradale, che ne comprende il dramma, arriva in piena notte a Bergues, città fantasma di 4000 anime sul Mare del Nord,  dove sommerso da un acquazzone s’imbatte, travolgendolo, nel postino Antoine Bailleul, alias Dany Boon. Il film è iniziato da dieci minuti e il pubblico è già in delirio. Dany Boon porta il nuovo direttore, Kad Merad, nell’alloggio di servizio, e i due scoprono che è vuoto. Non ci sono i mobili.  Se li è portati via il predecessore. Come mai? “Parce qu’ils étaient les chiens”, risponde il postino. “Quali cani?” domanda il direttore. “I mobili”, risponde il postino. “Come sarebbe? Ha dato i mobili ai cani?” replica il direttore....E la gag continua incomprensibile tra cani e gatti, perché “ça”, questo, in “ch’tmi” suona come “chat”, gatto. Sconcertato da un dialetto incomprensibile, dalla semplicità disarmante e un po’primitiva dei locali, che hanno un debole per l’alcool e la mattina intingono nella caffè di cicoria il maroilles, un formaggio dall’odoere pestilenziale, scoprirà a poco a poco il “vero” volto del Nord: accogliente, caloroso, solidale, dove si piange solo quando si arriva e quando si parte, come dice il proverbio. Il direttore Abrams, infatti, viene subito adottato dalla sua squadra, postino, due obesi semi deficienti e un’impiegata carinissima, che per la pausa pranzo l’invita a seguirli alla “Baraque à frites”. Strano nome per un ristorante, dice lui. Scoprirà che è un vera baracca dove servono birra e “fricadelle”, menu interclassista, simbolo di un paese semplice, ma generosa, che lascia la porta aperta, invita il postino a farsi un bicchierino, si preoccupa delle pene d’amore dei subordinati, li richiama alle loro responsbabilità. Quasi venti milioni di francesi, di ogni ceto e di ogni età, sono usciti da casa per andare a vedere questo film. Non succedeva dai tempi di "La Grande Vadrouille", il film del 1966 con Louis de Funès sull’onore nazionale all’epoca di Vichy. La regione Nord-Pas de Calais l’ha finanziato con 600.000 euro. I socialisti esultano, Alain Finkielkraut plaude all’’ilarità dolce senza linciaggio”, e anche l’Eliseo apprezza, visto che il presidente Nicolas Sarkozy ha organizzato una proiezione speciale. E mentre impazza lo ch’tmi, dilagano le sonerie telefoniche, le gite turistiche a Bergues e la gloria del maroilles sta per soppiantare quella del camembert, la stampa radical chic si interroga. “Un Germinal comico e ambivalente”, commenta il Monde “Un film anti- bling bling” azzarda il Nouvel Obs, in chiave antisarkozysta; “viva la baracchetta e abbasso Fouquets”. E Dany Boon, che ha una faccia da scemo, ma è un angelo, figlio di un camionista algerino e di una piccarda, ebreo osservante per amore della moglie e intimo di rabbini, alza le spalle: “l’amore degli uomini, per noi, conta di più del timore di Dio”.

Marina Valensise
©Il Foglio, 22 aprile 2008


Per Robert George la legge naturale aiuta a conciliare fede e ragione
Pubblicato il 17 aprile 2008, in Articoli

Il giurista di Princeton dice che l’antirelativismo di Ratzinger è molto consono alla mentalità americana

Parigi. Il professore Robert George insegna a Princeton. Ha la cattedra Mc Cormick di Giurisprudenza, dirige il James Madison Program in American Ideals and Institutions. Liberale vecchio stampo, cattolico praticante, da anni conduce la sua battaglia contro la così detta “ortodossia secolarista”, e il presupposto a dir suo fallace della neutralità dello stato, da mantenere su questioni di principio o di valori in nome della logica liberale e d’una superiore razionalità. George, è convinto, invece, che su questioni cruciali e controverse, come l’embrione, la sperimentazione sulle cellule staminali, l’eutanasia, l’omosessualità, il matrimonio omosessuale, la tradizione giudaico-cristiana sia, proprio in termini razionali, ben superiore alle alternative liberali. E da seguace di Leo Strauss, attraverso il ritorno alla legge naturale, (vedi per esempio “The Clash of Orthodoxies: Law Religion and Morality in Crisis”, 2002) argomenta contro le pretese dell’ortodossia secolarista – considerare per esempio che i troppo piccoli o i troppo anziani siano subpersone, non passibili di piena protezione legale. George ha i titoli per commentare il viaggio di Benedetto XVI in America. “Gli americani” dice il professore al Foglio, “si aspettano che il Papa porti il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo in tutta la sua pienezza. Ci aspettiamo che ci lanci una sfida per vivere una vita di maggiore integrità morale, generosità e santità, che ci ricordi che l’America è una nazione benedetta dalla ricchezza e dal potere, e per questo ha gravi responsabilità morali che vanno realizzate. Ci aspettiamo che dica che i principi della Costituzione americana sono veri e giusti e che il popolo americano dovrebbe continuare a lottare per vivere all’altezza di tali principi. Ci aspettiamo, in particolare, che egli ricordi a tutti noi che il grande principio della profonda e pari dignità insita in tutti membri della famiglia umana esige la protezione della vita umana in tutte le sue fasi e in ogni sua condizione”.
Per tutti questi motivi, George non ha alcuna difficoltà a rallegrarsi della popolarità di Papa Bendetto XVI in America. “Viene universalmente conosciuto come un uomo di eccezionali qualità intellettuali e religiose. Gli americani sanno bene che non ha la forza carismatica di Giovanni Paolo II, perciò non si aspettano un uomo che elettrizzi le folle o compia gesti drammatici. Ci aspettiamo, piuttosto, un apostolo gentile, che si ponga come testimone di Gesù Cristo in un modo benedetto non solo per i cattolici, ma anche per i cristiani protestanti di varie tradizioni e per gli americani di altra fede”.
Quanto alla missione di rievangelizzazione che il Papa persegue, sul solco del suo predecessore, anche il professor George parla, come George Weigel, di “Grande Strategia”, ma con un taglio diverso. “Si dice che Benedetto XVI in futuro veda  la chiesa cattolica come ‘più piccola, ma più forte’. Non so se sia vero, ma so che oggi i giovani cattolici americani, come gruppo, tendono a essere più ferventi delle passate generazioni, e accettano con maggior entusiasmo l’insegnamento morale e la dottrina della chiesa. Il che vale anche, e in maniera molto drammatica, per i giovani preti cattolici americani”.
Da specialista dello scontro di ortodossie, George guarda con attenzione il dialogo tra la chiesa e l’islam. Ma se non azzarda pronostici, da studioso del diritto e della filosofia del diritto, e da fautore della razionalità della legge naturale, esprime almeno una certezza. “Non è dato sapere se il Papa riuscirà in quest’impresta. E’ certo, comunque, che ci proverà. Il Papa è fermamente convinto che la ragione e la fede non devono essere separate, e che l’unico modo per evitare un violento scontro di civiltà è far in modo che popoli di diverse religioni entrino in un dialogo franco, civile, sul piano della ragione”.
Certo, parla da americano, George. Parla forse da straussiano, ma certamente da uomo libero, mostrando quella miscela a noi europei così incomprensibile, di ardore e convinzione, di fede e ragionevolezza, di tradizione liberale immune da qualsiasi forma di irrazionalità e di misticismo conservatore. “Gli americani sono un popolo profondamente religioso. Noi non abbiamo avuto esperienza  di una secolarizzazione tanto ampia e profonda come quella che conosce l’Europa di oggi. E’ vero che in alcuni settori dell’élite americana (la così detta ‘new knowledge class’, per usare l’espressione di Irving Kristol) è altamente secolarizzata; ma rappresenta solo una piccola percentuale della popolazione. E’ vero pure che la stragrande maggioranza degli americani nutre un genuino rispetto per la religione di popoli che non appartengono alla loro stessa tradizione religiosa. Anche se storicamente non è stato sempre così, esiste oggi una stima reciproca, e persino una cooperazione tra cattolici e protestanti evangelici. Charles Colon, per esempio, uno dei principali leader del protestantismo evangelico contemporaneo, parla del Papa come del ‘Santo Padre’, usando lo stesso linguaggio dei cattolici. E James Dobson ha apprezzato la chiesa cattolica per la sua testimonianza sulla sacralità della vita umana e sulla dignità del matrimonio. I leader cattolici hanno mostrato lo stesso apprezzamento verso gli evangelici. E’ per questo che il Papa in America trova un terreno fertile per il messaggio del Vangelo. Il suo discorso religioso non suona estraneo, e men che meno ostile, alle orecchie degli americani. Perché noi americani, in genere, siamo piuttosto favorevoli all’influenza della religione nella vita pubblica. La religione, secondo noi, non rappresenta una minaccia per l’ordine pubblico. Al contrario, noi crediamo che comunità e istituzioni religiose siano indispensabili al bene comune. La situazione non è molto cambiata da quella che nel 1830 descrisse Tocqueville”.
In America, a differenza di quanto succede in Francia o in Italia, si può essere un uomo di fede, senza per questo sentirsi un traditore della Repubblica. Si può avere uno spirito profondamente religioso, senza rischiare di venir irrisi dai laicisti radicali difensori della “neutralità” dello stato e fautori di una separazione a compartimento stagno tra stato e chiesa. Il professor George – che ha dedicato gran parte della sua vita di studioso a discutere i presupposti di quella che egli definisce l’“ortodossia secolarista” (femminismo, multiculturalismo, liberazionismo gay, liberalismo nello stile di vita), mostrandone la fallacia in termini di argomentazione razionale –  prova a ragionare sull’impatto che la dottrina cattolica, e il suo concetto di verità, può esercitare sulla cultura politica americana, e in particolare sull’efficacia che avrà in America la battaglia di Joseph Ratzinger contro il relativismo.
“Nella Dichiarazione di Indipendenza c’è scritto che gli Stati Uniti vennero fondati su una pretesa di verità. In effetti, una proposizione asserita come ‘verità evidente’ è che Dio ha creato gli esseri umani con pari valore e dignità e ha dotato ogni essere umano di diritti inalienabili, a cominciare dal diritto alla vita. Solo uno dei firmatari della Dichiarazione era un cattolico, Charles Carrol del Maryland. Eppure, la popolazione cattolica in America è cresciuta nel corso degli anni, e i cattolici sono stati fra i più importanti e accaniti difensori dei principi fondamentali americani. Il che non sorprende se si considera che i Padri fondatori, sebbene protestanti, erano tutti profondamente radicati nella tradizione della legge naturale. E’ per questo che il loro lavoro non ha avuto difficoltà a essere compreso e apprezzato dai cattolici. Il cattolico, come i nostri Padri fondatori, rifiuta il soggettivismo morale e il relativismo. Crede che la giusta ragione custodisca delle verità sulla natura umana, sulla dignità e il destino, e che queste verità ne includano altre sul bene comune, la giustizia e i diritti dell’uomo. E’ per questo che i cattolici americani e gli americani di altre religioni, troveranno un’eco e una riaffermazione dei loro principi nel rifiuto del relativismo da parte del Papa e nella sua difesa della conciliazione tra fede e ragione”.
Marina Valensise

©Il Foglio, 18 aprile 2008


Au secours, Berlusconi revient!
Pubblicato il 17 aprile 2008, in Articoli

Che cosa resta del pregiudizio contro l’Amor nostro nella stampa estera

Libération, il quotidiano fondato da Jean Paul Sartre e ora proprietà di Edouard de Rothschlid, ama l’ironia: “Au secours, Berlusconi revient!”, ha titolato in prima pagina con foto del leader Pdl che se la ride a occhi chiusi. Le Monde, prima del primo sciopero della sua storia, e dopo aver evocato il “fantasma ingombrante del pareggio” ha mostrato molto aplomb: “Même s’il ne promet plus d’accomplir des miracles – comment les Italiens le croiraient-ils encore? –, sa gouaille l’aide à donner le change” (dove gouaille sta per prontezza di spirito popolare e sguaiata, ndr). Anche gli inglesi non hanno saputo resistere: “Gli italiani si riprendono Berlusconi – spiega il Financial Times – ma lo showman non dà segni di essere diventato uno statista”. Per fortuna che il corrispondente della Cnn Alessio Vinci pensa che il nuovo Berlusconi sia “diverso” da quello del passato. “Se fallisce non avrà più alibi. La colpa sarà solo sua, e questa è una gran spinta per gestire al meglio il governo”. E mentre in Spagna El Pais critica “le riflessioni machiste” di un leader che “rinfocola la xenofobia”  col suo “incontenibile cocktail di populismo, simpatia e politica spettacolo”, in Germania la Suddeutsche Zeitung conclude: “Cosa riserva il futuro non si sa, ma gli scivoloni passati non lasciano ben sperare”.
    Non sarà, come ha detto il premier, che la stampa estera è “prevalentemente di sinistra” oltreché affetta da un pregiudizio negativo? E se così fosse, qual è la responsabilità che noi italiani abbiamo ad alimentarlo, coi nostri strani gusti politici che si  rinnovano negli anni? Marc Sémo di Libération ha le idee chiare: “Il Caimano, la demonizzazione, il fascismo sono tutte ca…te che hanno finito per penalizzare la sinistra. Il vero problema è che Berlusconi è ostaggio della Lega, formazione segnata da demagogia, xenofobia, violenza verbale e ben più irresponsabile del Fronte nazionale e del partito di Haider”. Sémo, però, è anche il primo a riconoscere che oggi sui giornali va di moda denigrare l’Italia. “Fino a dieci anni fa, l’Italia veniva invidiata per il suo stile, i suoi condottieri, oggi invece è disprezzata come lo specchio deformato di ciò che noi non vorremmo essere. E oggettivamente, nonostante molte cose positive, il bilancio è agghiacciante, stando a una voce libera come Luca Ricolfi: società bloccata, spreco di risorse pubbliche. Per dirla tutta, noi di Libé volevamo fare uno speciale sull’Italia, ma alla fine abbiamo dovuto rinunciare. Troppo deprimente”.
    Come ogni inglese, anche Guy Dinmore del Financial Times ama la libertà di stampa, anche se non ha tempo di metterla in pratica con i colleghi italiani. In compenso, il suo giornale sostiene che “l’eredità di Berlusconi è una cultura dell’illegalità” consigliando  la lettura di un  saggio di Geoff Andrews, politologo della OpenUniversity, pubblicato dall’editore Pluto, e tradotto da Effepilibri: “La popolarità di Berlusconi, dopo cinque anni di governo non molto brillanti, è abbastanza misteriosa”, ammette invece il corrispondente dell’Independent Paul Popham che però aggiunge: “La cosa più strepitosa è il successo della Lega, del tutto imprevisto dalla stampa italiana, che per pigrizia ha preferito occuparsi della Santanché e altri fenomeni mediatici piuttosto che della realtà del nord-est”. Popham sogna un’intervista faccia a faccia con Berlusconi. Dice di aver scritto pezzi severi anche su Veltroni sindaco, ma non crede che esista un pregiudizio antitaliano. “Il compito del giornalista, secondo il nostro pensiero anglosassone, è di essere staccato dai poteri, non troppo vicino. Il nostro dovere è di avere un animo critico contro tutti i potenti. Non vorrei essere serio, ma questo non è un problema di pregiudizi”.
    Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine, rieletto presidente dell’Associazione stampa estera, sogna un “rapporto più sobrio e costruttivo” con Palazzo Chigi,  con briefing regolari e contatti diretti. Vuole dimenticare le polemiche passate, quando, frustrato dalla scarsa considerazione di ministri e ministeri, presentò un cahier de doléance e voltò i tacchi. E pure il belga Friedrich Hacourt, che vive qui da 35 anni, trova “tremendamente complicato raccontare l’Italia, spiegare in tre righe come da una miriade di partiti si è passati a due. Non è mai successo che un industriale televisivo di queste dimensioni diventasse premier. Sono concetti molto più difficili da far passare  che le storie di mafia, il calcio e la Ferrari”. Il corrispondente di Radio France, Eric Valmir, sembra il più lucido: “L’Italia è un paese pieno di sfumature. E’ difficile raccontarlo senza cadere nella caricatura. Il pregiudizio anti italiano è una forma di sufficienza. I francesi, per esempio, non capiscono che gli italiani sono capaci di autoderisione, che la vita, anche se per molti è difficile, è un gioco, e senza competizione. Berlusconi sospettato di corruzione, dell’Utri condannato, e i processi caduti in prescrizione, sono cose che in Francia non passano. Ma in Italia ci sono cose più importanti. La vita è un gioco, senza competizione, un gioco di leggerezza e autoderisione”.

Marina Valensise
©Il Foglio, 17 aprile 2008


La Francia alle prese con un altro omicidio "compassionevole"
Pubblicato il 10 aprile 2008, in Articoli

Pur avendo 26 anni, Anne-Marie Debaine aveva l’età mentale di una bambina di cinque anni. Era handicappata. Nata prematura, era stata colpita da una meningite, causa di infermità motoria e cerebrale. Invalida al 90 per cento, dall’età di 6 anni aveva vissuto ricoverata in centri specializzati. Poi, però, nel 2001, a 22 anni, in mancanza di posti disponibili in una struttura adatta al caso suo, era tornata a vivere in casa dei genitori a Groslay, un piccolo paesino del dipartimento del Val-d’Oise, alle porte della regione parigina. La madre, Lydie Debaine, per assisterla aveva lasciato il suo lavoro come capo servizio di un’associazione.  Tre anni dopo, nel 2004, s’era liberato un posto in un centro di accoglienza a Sarcelles, ma la madre di Anne-Marie, aveva rifiutato di mandarvi la figlia, temendo che nel suo stato di ritardata mentale potesse farsi violentare. In casa, però, la situazione peggiorava di giorno in giorno. Violente emicranie, crisi epilettiche, continui attacchi di vomito funestavano la famiglia Debaine, mentre i medici diagnosticavano “un aggravarsi senza rimedio del suo stato di dipendenza”. La madre dormiva accanto alla figlia, su un materissino di gomma. Un bel giorno, la decisione si fa strada: finirla, e farla finita. Il passaggio all’atto avviene la mattina di un sabato di maggio del 2005, assente il marito. “Perdonami di lasciarti, fatti coraggio, Anne-Marie non si è accorta di niente, ti amo, Lydie”. Quando Fernand Debaine torna a casa, troverà ad aspettarlo solo questo bigliettino; entra in bagno e scopre il corpo della figlia affogato nella vasca, e quello della moglie riverso su un letto, imbottito anch’esso di barbiturici.
Lydie Debaine sopravviverà. Passerà un po’ di tempo in un centro psichiatrico, prima di finire agli arresti domiciliari. Il marito, Fernand, pur condannandone il gesto, la perdonerà. “Sua figlia era tutto per lei”, raccontano i colleghi e gli amici di famiglia, stendendo un velo pietoso sull’intera vicenda che da ieri rivive davanti alla Corte d’assise del Val d’Oise. La sentenza è attesa per questa sera. L’accusa è omicidio volontario e premeditato, e Lydie Debaine, rea confessa, rischia l’ergastolo. “E’ molto scossa, aspetta il processo; e senza fare dichiarazioni generali sulla necessità di legalizzare l’eutanasia, spiegherà cosa l’ha indotta a uccidere la figlia” dice il suo avvocato Cathy Richard. E infatti molti ricordano che non è stato l’handicap, ma le sofferenze della figlia, l’impossibilità di alleviarle, di migliorare le sue condizioni “Ero presa tra due fuochi: vivere con lei era un inferno, ma lo è anche vivere senza di lei”, ha confessato la madre omicida, che non si è mai pentita del suo “gesto d’amore”.
La difesa perciò chiederà l’assoluzione: “Non è un crimine, ma un atto compiuto per liberare una ragazza dalla sofferenza. Non l’ha uccisa perché era l’inferno per lei, ma perché era l’inferno per sua figlia” ha spiegato Maître Richard. D’altra parte, nessuno, né il padre della vittima, né altri membri della famiglia si sono costituiti parte civile. Quale che sia il verdetto, la sentenza riaccenderà le polemiche, dopo che la settimana scorsa un ragazzo disabile è stato trovato morto per asfissia, ma pieno di valium, in casa della madre. Del resto, i francesi lo sanno, nessuna dichiarazione, meglio di una sentenza di tribunale, permette di chiarire i principi sui quali si regge la vita di una società. E da ora in poi, magari, anche la sua morte.
Marina Valensise

Il Foglio, 9 aprile 2008


Cresce la semplificazione globale, il punto e virgola rischia l’estinzione
Pubblicato il 31 marzo 2008, in Articoli

Cresce la semplificazione globale, il punto e virgola rischia l’estinzione

Grave lutto per le vestali dell’ordine mentale. Dopo la scomparsa del punto e virgola, falcidiato dalla fretta, dall’incuria, dal ritmo incalzante che le notizie dettano ai redattori dei giornali, è morto anche il comitato sorto in sua difesa. S’era costituito appena due anni fa, per cercare di contrastare un fenomeno considerato irreversibile; non ha retto all’urto dei tempi. E’ svanito dal Web per certi oscuri problemi di sito, il che getta un’ombra sinistra sul futuro dell’interpunzione, coprendo d’un velo spesso di melanconia gli ultimi suoi sparuti cultori.
Punto e virgola. Molti, è vero, non sanno nemmeno a cosa serva questa gloriosa invenzione italiana, nata coi caratteri a stampa di Aldo Manuzio. Alcuni, e son persino scrittori, si fanno addirittura un vanto di non usarlo mai; corrono verso il punto leggeri e inconsapevoli, disinibiti e parchi, come se i segni di interpunzione fossero un peso, un’inutile zavorra, magari l’indice di uno snobismo anacronistico. Ci sono quelli che s’astengono dall’uso del punto e virgola e se ne vantano; per esempio Niccolò Ammaniti, l’ex cannibale, che ha venduto milioni di copie dei suoi racconti per adolescenti criminali. Gli esperti suoi lettori ora si sfidano a vicenda pur di trovarne uno solo. Poi ci sono gli estremisti radicali, come l’americano Kurt Vonnegut, che ha scritto e detto molte sciocchezze e nella sua autobiografia (“Un uomo senza patria”, minimum fax 2006) e ha bollato il punto e virgola con grazia perentoria: “Non usatelo. E’ come la vecchiaia. E’ un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla. Dimostra solo che avete fatto l’università”. Accanto a lui ci sono i poeti, gli animi sensibili, cantori delle tragedie e dei disastri del nostro tempo, come Franck Mc Court, che l’equipara alla luce gialla dei semafori newyorkesi, per dire che oggi la tendenza del traffico verbale è all’accelerazione, e dunque non consente pause contemplative.
Infine ci sono gli audaci, i nostalgici, i non conformi, i sensuali, gli ambivalenti, i segni doppi, quelli che non si rassegnano. Non possono rinunciare alla pausa che il punto e virgola rappresenta, intermedia tra quella forte del punto e quella debole della virgola, e al ritmo che traluce nella lettura ad alta voce; per nulla al mondo vorrebbero sacrificare quella sospensione tra il continuare e il concludere, quell’esitazione, certo molto nevrotica, ma così umana e irresistibile, tra il dover finire una frase e il desiderio di trattenerla ancora, prolungandola. Ecco, tutti costoro oggi piangono la scomparsa del punto e virgola, e ancor di più quella del comitato sorto in sua difesa.
Hanno grandi motivi di consolazione alle spalle, è vero. Hanno Flaubert, Victor Hugo, Stendhal, Manzoni, Leopardi, che ne hanno fatto un uso smodato e preciso, per esprimere un’opposizione o un parallelo tra due parti della stessa frase. Hanno un grande sacerdote come Henry de Montherlant, che nei Carnets avvertiva “Un uomo di giudizio lo si riconosce immediatamente dall’uso che fa del punto e virgola”. Dalla parte loro hanno persino un avanguardista come Michel Houellebecq, responsabile dell’ultima consacrazione: “Il n’arrivait plus à se souvenir de sa dernière érection; il attendait l’orage”. Hanno il sommo Niccolò Tommaseo, l’istriano autore del grande dizionario della lingua italiana, il quale era convinto che: “Buona parte di logica potrebbe ridursi a un trattato delle virgole”. Hanno tanti altri esempi meravigliosi, anche nell’idiosincrasia, anche nell’incertezza, come Carlo Emilio Gadda, per esempio, che parlava dei segni di interpunzione come Leo Longanesi delle macchie sulla cravatta dei grigi burocrati: “Dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara”. Hanno una grammatica come Bice Mortara Garavelli, e una militante come Lynne Truss, correttrice di bozze, cronista sportiva, e talmente fissata da scrivere un best seller e vendere un milione di copie (Eats, Shots, Leaves, tradotto da Piemme). E adesso, dalla parte loro, hanno anche il New York Times. In controtendenza con la dittatura della paratassi (tutte principali e tutte equipollenti, senza subordinate o coordinate complesse), col dire sincopato, col pensare ipersemplificato, il quotidiano americano segnala la ricomparsa del punto e virgola in un luogo inaspettato come l’avviso ai viaggiatori della metropolitana. “Please put it in a trash can; that’s good news for everyone”. Un uso certo impeccabile del punto e virgola, dovuto a un oscuro manager cinquantenne del NYC Transit, laureato in inglese e in scrittura creativa. Ma nessuno sa dire se basterà a garantirne la resurrezione.
Marina Valensise

Il Foglio, 29 marzo 2008



Non è una questione intima e privata
Pubblicato il 17 marzo 2008, in Articoli

Pietà. Intanto dovremmo avere un po’ di pietà. Non solo per quel medico di Rapallo che non ha retto al peso di un’indagine giudiziaria, e nemmeno alla coscienza della propria responsabilità. Ma soprattutto per quelle povere donne che rimaste incinte volevano cavarsi d’impaccio senza dare nell’occhio, senza nemmeno sapere che stavano commettendo un reato. E pronte a tutto pur di liberarsi di un peso, troppo gravoso per le loro “futili” vite, si sono affidate al ginecologo di fiducia per  una procedura riservata e clandestina. Non volevano rispondere al questionario del consultorio. Non volevano mettere in piazza la loro vita intima, e infelice. Non volevano giustificare il loro rifiuto di maternità. Ma adesso a nulla serve infierire sulla soubrette smaniosa di successo in tv, sulla commessa in partenza per le Maldive o sulla Bovary genovese che tradiva per noia, senza nemmeno poter informare l’amante del ritardo nel mestruo. Non serve molto condannarne l’indifferenza etica, di cui per altro sono le prime vittime. E infatti, si sono già autocondannate da sole decidendo di abortire. Quante di loro sanno di essere morte dentro scegliendo contro la vita? Quante di loro scopriranno com’è difficile vivere con la morte dentro? Quante di loro rimpiangeranno di aver negato la propria essenza di donne, costituzionalmente fatte per dare la vita e invece ridotte per noia, disamore o sciatteria, a togliere vita alla vita? Soffriranno nell’intimo per aver distrutto nel loro ventre il corpo luteo, che si forma nell’ovaio dopo che il follicolo ha espulso un ovulo e secerne progesterone, ma in caso di gravidanza produce ormoni sino al sesto mese.
Insieme alla pietà, però, vorremmo anche una tregua. Smettiamola di sostenere che di aborto solo le donne sono autorizzate a parlare, e non gli uomini, come se l’argomento avesse una sua legittimità superiore in funzione del genere di chi l’affronta, e non in base a una razionalità universale. E già che ci siamo, smettiamola anche di pretendere, come fa Adriano Sofri, che bisogna invece ridare la parola agli uomini, ma solo per scoprirne la viltà. Troppo comodo. Troppo povero.
Di aborto le donne non vogliono parlare e nemmeno sentirne parlare. Lo dimostra il caso genovese. Non vogliono dare un nome a una cosa che per loro non deve esistere, perché sarebbe come darle corpo e restituirle vita, aggiungere dolore a dolore,  visto che abortiscono proprio perché vogliono negarla. Si fanno infilare dentro un tubicino per aspirare la vita, come pensare che possano spiegare perché lo fanno? Le statistiche, infatti, sono mute. Non registrano i motivi di una scelta, ma solo le cifre di chi la compie. Si dice, l’aborto ormai è diventato eticamente irrilevante, per questo non si discute il perché. Eppure, non basta rompere la cappa ideologica che, in nome del diritto delle donne e della privacy, incombe sulla realtà. Vogliamo davvero restituire un’eco collettiva a una dimensione, come la vita sessuale, che da cent’anni è stata abbandonata in mano al singolo, smarrito dietro al suo inconscio? Davvero vogliamo combattere il nichilismo libertario, edonista e mortifero? Invece di infilzare le donne, torniamo ai fondamentali. Troviamo il coraggio di screditare modelli e stili di vita, per quello che sono, insulsi, ridicoli e inutilmenti dannosi.

Il Foglio, 15 marzo 2008

Il filosofo e la crisi della libertà
Pubblicato il 17 dicembre 2007, in Articoli

Il filosofo e la crisi della libertàParigi. Per essere un intellettuale, Marcel Gauchet non è di quelli che si spaventano della censura. Sa benissimo che nella laica e decristianizzata Francia, dove la laicità è la religione civile della République, le idee obbediscono a una grammatica stringente, perché nessuno in fondo, nell’antica patria della libertà assoluta e del Terrore, è davvero libero di dire quello che pensa senza il rischio di incorrere in pubblica sanzione, che potrebbe persino degenerare nell’ostracismo.“Voi italiani, paradossalmente, siete molto più liberi di noi” diceva venerdì scorso nel suo studiolo di Gallimard, dietro pile di libri alte e strette come feritoie. “Non vi rendete conto della fortuna che avete. Da noi, invece, la situazione intellettuale è completamente bloccata, è sottochiave”. Gauchet ha fama di un guru. Ogni mercoledì tiene al Centro Raymond Aron, fondato da François Furet all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, un seminario incantatorio che attira centinaia di studenti. Personalmente, però, ha poco di profetico. Alto, calvo, affabile, Gauchet è innanzitutto un uomo di spirito, che si diverte a smantellare i luoghi comuni e non disdegna di sparare battute micidiali, accompagnando le sue volute concettuali con un sarcasmo tagliente e tanto più efficace in quanto imprevedibile.

La Francia, insisteva Gauchet la settimana scorsa, è uno dei paesi dell’Europa latina dove è diventato quasi impossibile porre questioni di fondo nel dibattito pubblico. Diceva proprio così il redattore capo di Le Débat, la rivista più prestigiosa della Rive Gauche, a proposito di questioni che scardinano l’ordine vitale, come il dibattito sulla bioetica, il referendum sulla legge 40, la moratoria sull’aborto lanciata dal Foglio, tutte conferme a dir suo di una “libertà più aperta” di cui si godrebbe al di qua delle Alpi e indice, più in generale, della nuova risonanza che la religione ha acquisito, a dispetto della secolarizzazione e di un universo politico costruito per un mondo senza Dio (che sono poi i temi della sua riflessione). “Da noi, diceva Gauchet, la censura intellettuale è spaventosa, mentre in Italia si discute in modo più aperto, anche se a volte si cade nell’isteria”. Gauchet alludeva allo scambio di idee con Paolo Flores d’Arcais, che l’aveva lasciato un po’ perplesso: “Ha organizzato un forum di discussione su Micromega, ma sono rimastosconcertato dal suo intervento. Ho scoperto l’arcaismo integrale della sinistra che vorrebbe essere moderata e moderna”. Poteva mai immaginare, Gauchet, che pochi giorni dopo la smentita sarebbe arrivata dalla Sapienza, una delle più antiche università d’Europa, con l’episodio vergognoso di ostracismo irrazionale nei confronti del Papa, Joseph Ratzinger, imposto da una minoranza di laicisti radicali, intolleranti e incapaci di discutere di idee?

No. Non poteva. Eppure l’evoluzione della democrazia non ha segreti per un filosofo della storia come lui, che segue con attenzione il pontificato di Benedetto XVI, anche se giudica “un errore drammatico” rinunciare all’Europa, “come se fosse un continente perduto di vecchi pensionati libidinosi, materialisti e atei”. Educato al pensiero antitotalitario di Cornélius Castoriadis e Claude Lefort, Gauchet studia da trent’anni quella forma quintessenziale della modernità che è la democrazia nata dalla Rivoluzione francese, e l’ha indagata in tutte le sue pieghe: dall’autoistituzione immaginaria di una società di liberi ed eguali, avvenuta sulla scorta di un regicidio, alla sovranità dei diritti dell’uomo, che ha sostituito il vecchio ordine medievale e corporativo in nome della ragione astratta, dell’individualismo e dell’autonomia del volere. Dopo le prime sintesi hegelo-weberiane sul “Désenchantement du monde” – o il cristianesimo come fine della religione – sulla Rivoluzione dei Diritti dell’uomo e la Rivoluzione dei poteri, Gauchet torna ora alla storia filosofica della democrazia con un’opera in quattro libri, che ne descrivono l’emergenza dal sostrato assolutistico postmedievale, attraverso la monarchia di diritto divino, che serve secondo lui a separare la terra dal cielo per fondare il governo degli stati sulla tutela del singolo; il successo della democrazia coi regimi rappresentativi nell’Ottocento col suffragio universale; poi la crisi nel primo Novecento, con la prova dei totalitarismi dopo la Grande guerra, e infine la rinascita della democrazia, misteriosa e inattesa, nell’Europa del secondo dopoguerra, che lo spinge oggi a sognare una nuova Democrazia cristiana “perché a dispetto dello sforzo di emancipazione dal moderno, riuscì a proporre una visione cristiana dell’universo democratico accettabile anche per i non cristiani”. I primi due libri sono appena usciti, suscitando curiosità e qualche imbarazzo. Il terzo e il quarto sono in cantiere e coprono un arco cronologico “apparentemente assurdo”: dal 1914 al 1974 e dal 74 a oggi. L’idea di fondo è di fornire i mezzi per analizzare “l’attuale impasse in cui la democrazia si dimena”, perlomeno nello spazio europeo. Gauchet parla infatti di una “grande crisi della democrazia”, che ne accompagna secondo lui il trionfo in termini di principi liberali. “E’ la sua stessa natura a trarci in inganno” spiega il professore. “La democrazia vacilla perché è di per sé un regime congetturale”. In realtà, nel momento stesso in cui ne celebriamo il principio, siamo costretti a constatarne l’inefficacia. E’ per questo che oggi la democrazia offre un vuoto di prospettiva storica. “Nessuno sa dove si stia andando, è politicamente screditata nel suo personale di governo, eppure – insiste Gauchet – mai come oggi il suo principio è stato così universalmente adottato”. Le cifre lo dimostrano: “L’80 per cento dei francesi si proclamano democratici, a parte il neomarxista Alain Badiou, sospettato di essere finanziato dai comitati di iniziativa culturale per animare l’ultima battaglia del comunismo rivoluzionario. Eppure, insisto, la sfiducia dei cittadini non è mai stata tanto bassa nei confronti dei politici”.

E’ l’effetto, secondo Gauchet, di una straordinaria contraddizione tra l’adesione al principio democratico e la sfiducia nel personale di governo. “Anche se non li detestiamo, noi tutti pensiamo che i politici siano privi di reale potere”. Ma qui sta il dramma, perché la democrazia senza potere tende a svuotarsi di senso, mentre i problemi si fanno drammatici e urgenti, e i governi sembrano incapaci di pensarli. “In fondo c’è un modo di porre i problemi che impedisce di porli realmente”.

Gauchet giudica “allucinante” la contraddizione tra i problemi posti dal mondo moderno e la capacità dei politici di pensarli, specie “per l’avvenire della sinistra europea, il partito dei riformisti, immaginari”. E’ convinto che “oggi non si riesca a trovare un partito iperconservatore illuminato. Nessun giornale politicamente a destra potrebbe permettersi di trattare il problema in questi termini”. Quando però uno gli parla della battaglia culturale del giornale che avete fra le mani, l’eccezione lo persuade. In fondo, e forse suo malgrado, resta un ottimista. E’ persuaso, infatti, che la crisi della democrazia, lo iato esistente tra l’adesione al principio e il discredito della pratica, rappresenti una crisi di crescita, consustanziale alla natura stessa della democrazia. “I valori della democrazia sono riusciti a imporsi in tutto il mondo, ma il fenomeno resta misterioso per come si è posto nella storia dell’umanità. Il progredire della democrazia mina le basi stesse della democrazia, la fa impazzire”, avverte Gauchet. Ha in mente, in particolare, quel fenomeno chiave che è il rapporto tra individuo e collettivo riassunto nella nozione dei diritti dell’uomo, “nozione che il mondo contemporaneo interpreta in modo molto semplice: tutti hanno diritto a tutto e subito”. Ora, se è questo il progresso della democrazia, che cosa mai ne sarà del governo comune? L’esempio italiano del dibattito sulla fecondazione assitita e del referendum popolare seguito all’approvazione della legge 40, del suo esito paradossale, con un’ampia maggioranza a favore dei limiti imposti alla scienza medica e alle tecniche di fecondazine, illustra perfettamente il caso secondo Gauchet . “Genera intolleranza nei confronti degli stessi limiti della democrazia, indispensabili al suo stesso esercizio, col risultato di dissolvere la democrazia. Non riuscendo a riflettere, si protesta, si scende in piazza, si manifesta. Dov’è l’esame argomentato delle alternative possibili? Non c’è. E’ scomparso”.

Quando però si passa alla pars construens, l’ottimismo scema. Cosa fare per uscire dalla crisi della democrazia, che per eccesso di individualismo distrugge se stessa? “La verità è che noi siamo refrattari all’ordine, dice Gauchet” e per dimostrarlo cita il modo in cui Le Monde ha recensito il suo libro. “Una pagina intera per spiegare che l’autore era un pericoloso reazionario, un declinista, animato dal sospetto che qualcosa non stesse andando per il verso giusto nel meccanismo emancipatorio dei media… per concludere alla fine con un avvertimento subliminale: non leggetelo, non vi fate corrompere dalle seducenti sirene della sua riflessione”. Insomma, un piccolo capolavoro di prudenza? “I critici del Monde non hanno osato dire che era libro abominevole, o stroncarlo in modo frontale, hanno preferito mettere in guardia il lettore con l’antidoto del comunque-va-tutto bene”. E invece, non è vero per niente. “L’attuale crisi della democrazia sta proprio nella crescita illimitata della libertà individuale. Spinta al limite estremo, la libertà dell’individuo, fondamentale alla democrazia, distrugge la democrazia, perché impedisce l’esperienza stessa del riflettere sull’autolimitazione, e cioè sul limite entro il quale la stessa libertà individuale acquista senso”.

In altri termini, in nome della democrazia, le società moderne stanno sul punto di annullare la democrazia. Se tale è la diagnosi lo è anche la terapia, perché è lo stesso problema a fornire la soluzione. “Sono gli individui ad avvertirlo” spiega Gauchet, che vede nella loro frustrazione la molla del cambiamento. “Non si puo dire, infatti, che le nostre società respirino gioia e felicità. Fra i tanti privilegi della libertà, si avverte una profonda inquietudine, un’infelicità, un’insoddisfazione, uno stato di disagio. E’ una sensazione così forte, legata al fatto che come singolo, sul piano dell’esistenza, ti puoi pemettere tutto quello che vuoi, ma la libertà totale illimitata è impotente, non basta a dare un senso, perché se non è compresa in un quadro comune di norme e limiti discussi e condivisi, si svuota della sua stessa portata. E’ per questo che oggi la gente è disponibile a riconsiderare le loro azioni di fondo”. L’avvenire dunque per Gauchet sta in una nuova sintesi tra individuo e collettivo, dove il limite dell’individuo è posto dal collettivo. “Per superare la crisi della democrazia, bisogna dunque ritrovare il suo scopo, porre la libertà del singolo in accordo con la ragione, con il sentire degli altri, ridare un senso allo statuto di liberta umano, evitanto di arretrare nel non senso”.

Il Foglio, 17 dicembre 2007

Come lo ricordo
Pubblicato il 1 dicembre 2007, in Articoli

Untitled. Pencil and gouache on canvas, 106.5x106.5x7 cm. Private Collection, Naples. Courtesy for the image: Blu Bramante Associazione Culturale. Photo: Hugo Glendinning.Il Foglio esisteva da un anno. Avevamo cominciato a pubblicare una serie di interviste sull’arte,realizzate negli atelier degli artisti, perlopiù romani. Il primo della serie era stato Enzo Cucchi, che nel suo studiolo in legno di via del Cancello, aveva parlato della gloria necessaria per entrare nel nuovo millennio, del salto e dello stupore di un’opera. Poi c’era stato Nunzio, lo scultore segreto, con le sue lastre di ferro, le tavole di legno, il cemento che s’animava d’improvviso nel loft di San Lorenzo. Gino De Dominicis aveva saputo, aveva letto e aveva detto l’unico artista contemporaneo da intervistare sono io. Duccio Trombadori, che all’epoca passava con lui le lunghe notti surrealiste bagnate dalla Vodka al Bar della Pace, me ne parlò, mi introdusse al personaggio, mi disse che era pronto, che aspettava una telefonata per realizzare un’intervista esclusiva. Lo chiamai subito e Gino mi convocò per il pomeriggio del giorno dopo nel suo studio, di via san Pantaleo, al piano nobile di Palazzo Lancellotti, Mai avrei pensato di trovarmi di fronte l’essere più eccentrico, più spiritoso, più disarmante e tirannico e infantile e imprevedibile che avessi mai incontrato. Attivata a Palazzo Lancellotti, ricordo ancora che salii la scalinata rinascimentale con qualche trepidazione. De Dominicis mi aveva chiesto di portarmi dietro non solo il registratore, ma anche il computer sul quale avrei trascritto l’intervista. La trattativa, ricordo, fu abbastanza rude. Non voleva che nulla di sé uscisse fuori dal suo studio, un grande appartamento dannunziano, allietato da tante fanciulle, che il Maestro comandava a bacchetta, chiedendo all’una di procurargli un panino con la lonza, all’altra di lustrargli le scarpe, all’altra ancora di versargli un bicchiere di vodka. Pretendeva non solo che l’intervista si svolgesse a casa sua, ma che venisse anche sbobinata e redatta in sua presenza, e sotto il suo controllo. Dopo lunghe spiegazioni riuscii a convincerlo che il lavoro di redazione richiede calma e concentrazione, e non poteva avvenire nello studio di un artista, fra le visite continue di mercanti d’arte, e l’andirivieni di assistenti e amici. Negoziai e alla fine raggiunsi un compromesso. Avrei realizzato l’intervista a casa sua, lasciato il registratore nelle sue mani, consegnato la cassetta dopo l’uso, e discusso punto per punto con lui il testo risultato della nostra conversazione prima di pubblicarlo sul Foglio. Non so se fosse completamente paranoico, o facesse finta di esserlo, ma di sicuro era ossessionato dall’idea di lasciare tracce inconsulte, segni indesiderati, indizi fuori controllo che un giorno, chissà come e chissà perché, avrebbero potuto dare un’idea di sé difforme da quella che per anni aveva ostinatamente costruito. Avevo di fronte un pazzo o un perfezionista, e comunque un tipo scaltro, dispotico, originale, completamente privo di complessi, e consapevole di vivere al di là delle norme e al di sopra delle regole. Tant’è. Gino De Dominicis, però, era anche un uomo molto spiritoso. Fragile, indifeso, curioso e sensibile come può esserlo un bambino bisognoso di affetto, oppure un vecchio magnanimo e generoso. Mi sedetti un po’ contrariata sulla poltroncina a sinistra del divano ottocento di tela bianca, se non ricordo male, con fregi il legno dorato, e cominciammo l’intervista.

La prima domanda era molto accademica, inutilmente dotta per un sostanzialista come lui. Gli avrò chiesto qualcosa sull’estetica moderna, sul suo inventore, Baumgarten che fondandola sulla soggettività pose le basi per la dissoluzione del bello e la morte dell’arte. Gino mi squadrò, incuriosito dallo strano animale che aveva di fronte, non un critico d’arte, non un esperto, nemmeno un giornalista, sorseggiò un bicchiere di vino rosso, tenendo la sigaretta sospesa tra l’anulare e il mignolo della mano destra, e sibilò “Non può farmi una domanda più semplice?”.Certo, risposi trattenendomi dal ridere. Me ne suggerisca lei una alla quale vorrebbe rispondere.
“Tre per due, sei meno uno, cinque per otto” disse lui con gli occhi che gli ridevano di follia surrealista, ma senza alzare il labbro superiore, e dunque impedendomi di scoprirne gli incisivi, per testare la sincerità dell’intenzione. Fu così che mi conquistò, cancellando di colpo l’iniziale repulsione provocata da un pittore narcisista invaso di sé. Fu allora che capii di avere davanti un delizioso impostore, che sapeva rendere irresistibile la sua tirannia, facendoti obbedire docilmente ai suoi capricci imperiosi, quali che fossero, la scelta di un aggettivo, l’uso di un avverbio, la distinzione non sempre chiarissima della congiunzione “e” e la terza persona del verbo essere, l’urgenza di un giro in Jaguar nottetempo, nonostante la tavola imbandita per una cena in casa e gli invitati già seduti, le marce a piedi per ore e ore durante la Biennale a Venezia, sotto il sole dell’Arsenale, con commenti folgoranti e irripetibili sulle star internazionali dell’arte contemporanea…
La nostra amicizia nacque quel giorno nel suo studio a Palazzo Lancellotti. Restai con lui tutto il pomeriggio e poi anche la sera, a cena alla Rosetta, in un tavolino a sinistra all’entrata, tra la venerazione dei camerieri e il candore disarmante del Maestro, sempre vestito di nero, come un gufo assiro, sicuro di sé come può esserlo un pazzo, un disperato o un genio, che non aveva bisogno di tante parole, per imporsi. Gli bastava piegare le labbra accennando sardonico un sorriso, squadrarti dalla fessura di ghiaccio dei suoi occhi azzurri, e disegnare con le mani un movimento definitivo, e inatteso.

Flash Art, numero speciale dedicato a Gino De Dominicis, 2007

 

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