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Cresce la semplificazione globale, il punto e virgola rischia l’estinzione
Pubblicato il 31 marzo 2008, in Articoli

Cresce la semplificazione globale, il punto e virgola rischia l’estinzione

Grave lutto per le vestali dell’ordine mentale. Dopo la scomparsa del punto e virgola, falcidiato dalla fretta, dall’incuria, dal ritmo incalzante che le notizie dettano ai redattori dei giornali, è morto anche il comitato sorto in sua difesa. S’era costituito appena due anni fa, per cercare di contrastare un fenomeno considerato irreversibile; non ha retto all’urto dei tempi. E’ svanito dal Web per certi oscuri problemi di sito, il che getta un’ombra sinistra sul futuro dell’interpunzione, coprendo d’un velo spesso di melanconia gli ultimi suoi sparuti cultori.
Punto e virgola. Molti, è vero, non sanno nemmeno a cosa serva questa gloriosa invenzione italiana, nata coi caratteri a stampa di Aldo Manuzio. Alcuni, e son persino scrittori, si fanno addirittura un vanto di non usarlo mai; corrono verso il punto leggeri e inconsapevoli, disinibiti e parchi, come se i segni di interpunzione fossero un peso, un’inutile zavorra, magari l’indice di uno snobismo anacronistico. Ci sono quelli che s’astengono dall’uso del punto e virgola e se ne vantano; per esempio Niccolò Ammaniti, l’ex cannibale, che ha venduto milioni di copie dei suoi racconti per adolescenti criminali. Gli esperti suoi lettori ora si sfidano a vicenda pur di trovarne uno solo. Poi ci sono gli estremisti radicali, come l’americano Kurt Vonnegut, che ha scritto e detto molte sciocchezze e nella sua autobiografia (“Un uomo senza patria”, minimum fax 2006) e ha bollato il punto e virgola con grazia perentoria: “Non usatelo. E’ come la vecchiaia. E’ un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla. Dimostra solo che avete fatto l’università”. Accanto a lui ci sono i poeti, gli animi sensibili, cantori delle tragedie e dei disastri del nostro tempo, come Franck Mc Court, che l’equipara alla luce gialla dei semafori newyorkesi, per dire che oggi la tendenza del traffico verbale è all’accelerazione, e dunque non consente pause contemplative.
Infine ci sono gli audaci, i nostalgici, i non conformi, i sensuali, gli ambivalenti, i segni doppi, quelli che non si rassegnano. Non possono rinunciare alla pausa che il punto e virgola rappresenta, intermedia tra quella forte del punto e quella debole della virgola, e al ritmo che traluce nella lettura ad alta voce; per nulla al mondo vorrebbero sacrificare quella sospensione tra il continuare e il concludere, quell’esitazione, certo molto nevrotica, ma così umana e irresistibile, tra il dover finire una frase e il desiderio di trattenerla ancora, prolungandola. Ecco, tutti costoro oggi piangono la scomparsa del punto e virgola, e ancor di più quella del comitato sorto in sua difesa.
Hanno grandi motivi di consolazione alle spalle, è vero. Hanno Flaubert, Victor Hugo, Stendhal, Manzoni, Leopardi, che ne hanno fatto un uso smodato e preciso, per esprimere un’opposizione o un parallelo tra due parti della stessa frase. Hanno un grande sacerdote come Henry de Montherlant, che nei Carnets avvertiva “Un uomo di giudizio lo si riconosce immediatamente dall’uso che fa del punto e virgola”. Dalla parte loro hanno persino un avanguardista come Michel Houellebecq, responsabile dell’ultima consacrazione: “Il n’arrivait plus à se souvenir de sa dernière érection; il attendait l’orage”. Hanno il sommo Niccolò Tommaseo, l’istriano autore del grande dizionario della lingua italiana, il quale era convinto che: “Buona parte di logica potrebbe ridursi a un trattato delle virgole”. Hanno tanti altri esempi meravigliosi, anche nell’idiosincrasia, anche nell’incertezza, come Carlo Emilio Gadda, per esempio, che parlava dei segni di interpunzione come Leo Longanesi delle macchie sulla cravatta dei grigi burocrati: “Dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara”. Hanno una grammatica come Bice Mortara Garavelli, e una militante come Lynne Truss, correttrice di bozze, cronista sportiva, e talmente fissata da scrivere un best seller e vendere un milione di copie (Eats, Shots, Leaves, tradotto da Piemme). E adesso, dalla parte loro, hanno anche il New York Times. In controtendenza con la dittatura della paratassi (tutte principali e tutte equipollenti, senza subordinate o coordinate complesse), col dire sincopato, col pensare ipersemplificato, il quotidiano americano segnala la ricomparsa del punto e virgola in un luogo inaspettato come l’avviso ai viaggiatori della metropolitana. “Please put it in a trash can; that’s good news for everyone”. Un uso certo impeccabile del punto e virgola, dovuto a un oscuro manager cinquantenne del NYC Transit, laureato in inglese e in scrittura creativa. Ma nessuno sa dire se basterà a garantirne la resurrezione.
Marina Valensise

Il Foglio, 29 marzo 2008



Non è una questione intima e privata
Pubblicato il 17 marzo 2008, in Articoli

Pietà. Intanto dovremmo avere un po’ di pietà. Non solo per quel medico di Rapallo che non ha retto al peso di un’indagine giudiziaria, e nemmeno alla coscienza della propria responsabilità. Ma soprattutto per quelle povere donne che rimaste incinte volevano cavarsi d’impaccio senza dare nell’occhio, senza nemmeno sapere che stavano commettendo un reato. E pronte a tutto pur di liberarsi di un peso, troppo gravoso per le loro “futili” vite, si sono affidate al ginecologo di fiducia per  una procedura riservata e clandestina. Non volevano rispondere al questionario del consultorio. Non volevano mettere in piazza la loro vita intima, e infelice. Non volevano giustificare il loro rifiuto di maternità. Ma adesso a nulla serve infierire sulla soubrette smaniosa di successo in tv, sulla commessa in partenza per le Maldive o sulla Bovary genovese che tradiva per noia, senza nemmeno poter informare l’amante del ritardo nel mestruo. Non serve molto condannarne l’indifferenza etica, di cui per altro sono le prime vittime. E infatti, si sono già autocondannate da sole decidendo di abortire. Quante di loro sanno di essere morte dentro scegliendo contro la vita? Quante di loro scopriranno com’è difficile vivere con la morte dentro? Quante di loro rimpiangeranno di aver negato la propria essenza di donne, costituzionalmente fatte per dare la vita e invece ridotte per noia, disamore o sciatteria, a togliere vita alla vita? Soffriranno nell’intimo per aver distrutto nel loro ventre il corpo luteo, che si forma nell’ovaio dopo che il follicolo ha espulso un ovulo e secerne progesterone, ma in caso di gravidanza produce ormoni sino al sesto mese.
Insieme alla pietà, però, vorremmo anche una tregua. Smettiamola di sostenere che di aborto solo le donne sono autorizzate a parlare, e non gli uomini, come se l’argomento avesse una sua legittimità superiore in funzione del genere di chi l’affronta, e non in base a una razionalità universale. E già che ci siamo, smettiamola anche di pretendere, come fa Adriano Sofri, che bisogna invece ridare la parola agli uomini, ma solo per scoprirne la viltà. Troppo comodo. Troppo povero.
Di aborto le donne non vogliono parlare e nemmeno sentirne parlare. Lo dimostra il caso genovese. Non vogliono dare un nome a una cosa che per loro non deve esistere, perché sarebbe come darle corpo e restituirle vita, aggiungere dolore a dolore,  visto che abortiscono proprio perché vogliono negarla. Si fanno infilare dentro un tubicino per aspirare la vita, come pensare che possano spiegare perché lo fanno? Le statistiche, infatti, sono mute. Non registrano i motivi di una scelta, ma solo le cifre di chi la compie. Si dice, l’aborto ormai è diventato eticamente irrilevante, per questo non si discute il perché. Eppure, non basta rompere la cappa ideologica che, in nome del diritto delle donne e della privacy, incombe sulla realtà. Vogliamo davvero restituire un’eco collettiva a una dimensione, come la vita sessuale, che da cent’anni è stata abbandonata in mano al singolo, smarrito dietro al suo inconscio? Davvero vogliamo combattere il nichilismo libertario, edonista e mortifero? Invece di infilzare le donne, torniamo ai fondamentali. Troviamo il coraggio di screditare modelli e stili di vita, per quello che sono, insulsi, ridicoli e inutilmenti dannosi.

Il Foglio, 15 marzo 2008

 

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