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Attore, disabile e arruolato
Pubblicato il 30 gennaio 2009, in Diario

Dura solo 42 minuti la clip per il lancio dell’ultimo offerta della Simyo, il nuovo operatore di telefonia mobile low cost, che propone una tariffa unica per ogni chiamata verso qualsiasi operatore. Pascal Duquenne entra in scena fra tante luci e molti colori di un palcoscenico teatrale. Dritto in piedi, Lacoste blu sui pantoloni, sorriso irresistibile, allarga le braccia e inizia a parlare: “Je suis Pascal Duquenne. Je suis comédien. Je suis un peu différent” dice spedito. Poi, a un certo punto, si piega  sulle ginocchia per prendere coraggio e conclude: “Mais en fait, je suis comme vous”, travolgendo di tenerezza chi lo guarda.
 Un po’ diverso, ma in fondo uguale. E’ il nuovo manifesto del disabile integrato, l’ultima frontiera della pubblicità sensibile, “la pub”, che in Francia, com’è noto prima di essere un’industria del marketing è un’arte, uno stile di vivere, e se interessa una azienda giovane, diversa e trasparente, come quella in questione, diventa una centrale di irradiazione dei valori. 
Pscal Duquenne, affetto da trisomia 21, fu consacrato attore dal Festival di Cannes col premio della migliore intepretazione per il film  “L’Ottavo giorno” nel 1996. Allora recitava accanto a Daniel Auteuil nei panni di Georges, un trisomico il quale, rifiutato da molti, alla fine si suicida. Invece, nella clip del nuovo operatore discount, Simyo, Pascal Duquennes recita se stesso, nei panni del disabile alle prese con la vita quotidiana “Adoro telefonare a 19 centesimo al minuto, a qualsiasi ora e verso qualsiasi operatore” dice con la sua voce lenta, pastosa  e blesa. E mentre pronuncia la battuta ostentando senza complessi la zeppolina, gli occhietti sbilenchi gli ridono felici. “Je suis Ok pour en parler. Si vous êtes comme moi, l’offre Simyo peut vous intéresser” avverte sicuro prima di inanellare le tariffe. La performance dura in tutto 34 secondi. Poi una voce femminile fuori campo riempie poi gli altri otto ripetendo il concetto.
La novità ha scatenato l’entusiasmo, ma anche qualche riserva. La pubblicità che mette in scena il Down passa per un “sacré coup de com” fra gli esperti del ramo, ed è  stata premiata dalle reazioni del pubblico. “Pascal è uno che su questo prodotto non può mentire” ha detto Georges-Mohammed Chérif, il responsabile di Buzzman, l’agenzia che ha diretto la campagna. E infatti  i ragazzi trisomici non mentono, e Pascal è un tipo caloroso, spontaneo  verace, come illustra l’altra clip sul dietro le quinte della campagna che figura sul sito della Simyo. D’altra parte, i pubblicitari francesi hanno fatto le cose per benino, testando prima il terreno delle varie associazioni a sostegno dei trisomici con un sondaggio ad hoc. “Se avessero risposto in modo cauto, avremmo rinunciato. E invece il video l’abbiamo girato con la loro benedizione” ha spiegato Chérif, tant’è che parte dei proventi son stati versati all’associazione “L’ottavo giorno” fondata dalla madre stessa di Pascal Duquenne. Inanto i responsabili della Simyo si  prodigavano per far conoscere la filosofia  del loro loro nuovo marchio: “vogliamo creare una differenza, i nostri valori sono l’onestà, la giustizia, la trasparenza; per questo vogliamo considerare i diversi come persone normali, e trattarli con rispetto, empatia e benevolenza”.
Tutto bene, dunque. E invece no. Nella laica Francia, dove ogni giorno nasce più di un bambino Down e il 96 per cento dei feti affetti da trisomia 21 vengono abortita, mentre 50 mila trisomici sono in attesa di un protocollo medico che ancora non esiste, perché non si finanziano le ricerche, c’è pure chi protesta contro lo sfruttamento dell’handicap nella pubblicità. Eppure anche gli economisti sanno che un disabile cambia la vita. Non solo in tv, ma nelle aziende, negli uffici, sui posti di lavoro dove se ne raccomanda l’assunzione: perché il sorriso di un trisomico aumenta la produttità più di ogni altro incentivo. Infatti, basta guardarlo per considerare meschine le frustrazioni di noialtri uguali e normali.

Marina Valensise
@Il Foglio, 31 gennaio 2009

Lo sciopero ferma Parigi ma favorisce l’interventismo di Sarkozy
Pubblicato il 30 gennaio 2009, in Diario

 Mobilitazione generale contro la crisi e contro il governo ieri in Francia. E’ stata la più imponente degli ultimi vent’anni, a detta del capo della Cfdt, François Chérèque, mentre la CGT parla di un milione e mezzo di persone. A Parigi, sindacati e opposizione hanno sfilato insieme in un corteo di 100 mila persone per i sindacati (65 mila per la polizia) dalla Bastiglia a Place de l’Opéra. A Marsiglia, son scesi in piazza 300 mila manifestanti, secondo i sindacati, circa 20 mila secondo le forze dell’ordine. A Tolosa, altre 90 mila persone: cassiere di supermercati, operai del settore auto, professori, studenti, impiegati, infermieri: tutti in marcia per difendere posti di lavoro e potere d’acquisto.
Contro i tagli, la riduzione di organici, la delocalizzazione, ha scioperato più del 30 per cento degli addetti in settori cruciali: scuola, ospedali, trasporti, tribunali, stampa, tv, Banque de France, ma anche il privato s’è unito alla protesta. “O la smettono di far pagare la crisi alla povera gente, oppure rischiano un grave conflitto sociale” dicevano per le strade di Marsiglia.
E’ il primo segno tangibile del disagio sociale che imperversa in Francia da quando la crisi finanziaria si è estesa all’economia reale. Il Partito socialista di Martine Aubry se ne è fatto subito portavoce per sottolineare, rispetto alle altre forze dell’opposizione, come il MoDem del centrista François Bayrou e la Lega comunista rivoluzionaria del postino trotzkista Olivier Besancenot, la sua vocazione all’alternativa del governo di destra. Lusso inutile e costoso, ha commentato il direttore del Figaro, Étienne Mougeotte, fornendo ai lettori le stime dei costi, che secondo il Medef, la confindustria francese, equivalgono a circa 350 mila euro per un giorno di sciopero.
La mobilitazione fa paura. Il presidente, Nicolas Sarkozy, che ha introdotto per legge il servizio minimo garantito e sei mesi fa ironizzava sugli scioperi di cui non s’accorge nessuno, prende l’angoscia dei francesi molto sul serio. Il presidente della “rupture” prometteva di lavorare di più per guadagnare di più, annunciava riforme a raffica in nome della liberalizzazione, della crescita, dell’aumento di produttività. Poi è scoppiata la crisi, col suo seguito di disoccupazione, recessione, conti che sballano. E Sarkozy adesso deve ammettere che “la Francia non è un paese facile da governare, e i francesi, che hanno ghigliottinato un re, possono rovesciare il paese”. Per ora, lo sciopero non fa che corroborare l’interventismo che il governo ha rispolverato per fronteggiare la crisi: sostegno alle imprese, aiuti di stato in cambio di una gestione dirigista. Non è il ritorno al primato della politica, ma all’economia amministrata, col mercato che si mette nelle mani dei politici. E mentre l’ex segretario socialista François Hollande, mordendo il freno del futuro presidenziabile, invoca una “Grenelle de la Relance”, vale a dire un grande patto sindacale tra governo e parti sociali per rilanciare l’economia, il ministro del Bilancio e della Funzione pubblica Eric Woerth, socialista riconvertito all’ouverture sarkozysta, corregge il tiro: “La risposta alla crisi non è lo sciopero, ma un piano di rilancio efficace. Nei periodi di massima tempesta bisogna mantenere il sangue freddo”. Ma il miglior alleato Sarkozy lo ritrova nel presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, che nel giorno dello sciopero francese dice che i piani di rilancio “stanno funzionando”, però non bisogna tirarsi indietro davati a “decisioni sempre più ambiziose”.

Marina Valensise
© Il Foglio 30 gennaio 2009


La vita a perdere, parla la Tamaro
Pubblicato il 28 gennaio 2009, in Diario

Roma. Strana beffa nel giorno della Memoria. A notarla è Susanna Tamaro, la scrittrice italiana più letta nel mondo. Il giorno in cui si ricorda l’apertura dei lager nazisti e lo sterminio degli ebrei è lo stesso in cui il Tar autorizza di mettere  fine alla vita di Eluana Englaro. “Mi colpisce la gravità spaventosa che consegniamo alle generazioni future nella frattura dell’idea dell’umano. Mostriamo la stessa indifferenza o la complicità superficiale che oggi noi rimproveriamo ai contemporanei della Shoah. Com’è possibile che in Germania gente che conoscesse la musica, la poesia, la filosofia tedesca, punta di diamante della cultura europea, abbia potuto convivere e tacere sulla Shoah? Tra sessant’anni si faranno la stessa domanda a proposito della nostra indifferenza verso la vita dei deboli, dei malati, degli esclusi. C’è un caso singolo, si dice, e per limitare il dolore si può avallare qualsiasi tesi. Si pensa di agire in chiave umanitaria, mentre è esattamemente il contrario: è la distruzione dell’uomo.”
La differenza più tragica, forse, sta nel fatto che sotto il nazismo a dominare era l’ordine impersonale dello Stato, oggi, invece la disumanità, la volontà di escludere dalla nostra vita il dolore, la malattia, la fragilità, nasce nel cuore del singolo. “Viene anche instillata dai media, grazie a una sapiente manipolazione. E’come se il pensiero della coscienza individuale non esistesse più, ma venisse insufflato dal chiacchiericcio mediatico. Non c’è più un contemplare la vita dalla propria solitudine, ma l’asserire e il ripetere qualcosa che viene proposto come giusto. Anche se non è detto che la maggioranza sia la parte giusta. Chi decide che una vita è degna di essere vissuta? La vita è l’unica cosa sacra che c’è. Non c’è nient’altro da difendere. Siamo contro la pena di morte e a favore dell’eutanasia? E’ la vita prêt à porter: qualcun altro decide quando nasco, quando me no vado. L’assenza di senso è talmente grande che scompare la dimensione del mistero dell’umanità.”
Susanna Tamaro ha una visione tetra del futuro. Crede che il caso Englaro sia “la testa d’ariete” contro l’ultimo baluardo della sacralità della vita. Con la forza dell’immaginazione, vede i vecchietti che in ospedale languono in un’attesa di un’operazione al femore, e per loro teme che un giorno sarà moneta corrente una soluzione radicale. “Una bella punturina e il problema è risolto. Lo Stato ha interesse: pensa che risparmio. Si aprono così scenari spaventosi di morte, desolazione, orrore assoluto. La maschera dell’umanitario nasconde, in realtà, il ghigno della morte. Tutti sono contro la pena di morte: ma vale solo per i sani e in galera. Non c’è più comprensione del senso del destino; del fatto che il male è una prova, perché la vita è un cammino, non un peso dal quale liberarsi”.
La sentenza sul caso Englaro, però, è anche l’ultima frontiera dell’autonomia, visto che il padre invoca la volontà della figlia di non vivere in certe condizioni. “E’ una cosa detta e non scritta: sul piano del diritto vale zero. Lui dice che lo fa per amore. Ma il suo non è amore. Allora perché non tenerla a casa? Perché non assisterla di persona nella lunga agonia, affinché raggiunga quello che noi chiamiamo la pace. Stare accanto ai morenti è una grande missione, una fonte di vita straordinaria. Peppino Englaro, invece, vuole per sua figlia un’agonia sinistra in ospedale. E i medici, che hanno visto il video dell’agonia di Terry Schiavo, assicurano che anche nel suo caso, visto che non è malata, ma mangia e benve grazie a un sondino, sarà una morte atroce per soffocamento. Allora, se fossero onesti, sarebbe più coerente sopprimerla con un’iniezione letale. La verità è che l’umanitario ha preso il posto dell’umano. E l’ideologia dell’umanitarismo è diventata l’ultima ideologia possibile, anche se in sé è qualcosa di malato, di storipiante, oltreché molto ricattatorio per chi vi si oppone. Come sarebbe? Vuoi metterti contro le ragioni umanitarie? Non puoi. E’ abominevole”.

Il Sacre di Obama
Pubblicato il 20 gennaio 2009, in Diario

Roma. E’ stato lo stesso Barack Obama,  44° presidente degli Stati Uniti, a spiegare urbi et orbi, su Youtube, il senso della sua inaugurazione. E’ lui, infatti, che ha chiamato a raccolta elettori e cittadini per seguire i festeggiamenti d’inizio regno. E’ lui che ha dato indicazioni logistiche utili per ricevere notizie sui trasporti, inviando a un certo numero un semplice sms con scritto “Open”. E’ ancora lui che ha annunciato la diretta delle varie cerimonie sulle reti tv Hbo e Abc: la sfilata al Memoriale di Lincoln, la visita ai figli dei soldati, diffusa anche su Disney Channel, il concerto di investitura e il primo ballo inaugurale di quartiere con cui, dopo il giuramento al Campidoglio e la parata sino alla Casa Bianca lungo la Pennsylvania Avenue, si è concluso il giorno dell’insediamento. “Venite, partecipate tutti attivamente – ha detto Obama – Unitevi a me per servire l’America. Non avete bisogno di un’uniforme, e nemmeno di un mandato presidenziale. ‘Tutti possono essere audaci, perché chiunque può servire’”, ha aggiunto il neopresidente citando Martin Luther King.
Mai rituale repubblicano fu più monarchico dell’insediamento di Obama, al punto da far sembrare incongrua la stessa elezione, che invece resta la vera consacrazione del potere democratico. In realtà, a separare elezione e inaugurazione fu un’esigenza pratica: “Nel 1788, si votava stato per stato, e tutti i grandi elettori eletti per scegliere un candidato presidente si dovevano riunire materialmente – spiega l’americanista Tiziano Bonazzi – I risultati poi dovevano essere autenticati dai singoli stati, ma le distanze e l’assenza di strade erano tali da richiedere lunghi mesi per espletare tutte le procedure”. Tant’è che fino al 1937 il giorno d’inaugurazione si celebrò addirittura il 4 marzo, e ci volle un emendamento alla Costituzione per anticiparlo al 20 gennaio. “Giurare sulla Bibbia fedeltà alla Costituzione significa giurare fedeltà alla nazione, perché la Costituzione, nella religione civile americana, rappresenta la nazione”, continua Bonazzi. Sicché, se per ogni presidente americano l’inaugurazione rievoca non i trionfi dei condottieri romani, come nota Marco d’Eramo, ma i grandi rituali di consacrazione monarchica, l’intronizzazione di Obama riattiva l’intero repertorio dell’antica rappresentazione del potere: l’unità della nazione, l’identità tra la nazione e il suo capo, la mediazione con l’invisibile e il mistero che si dispiega attraverso il corpo sensibile di un individuo in cui si concentra il perdurare di un’entità che lo trascende. “Un gran popolo concentrato nella testa di un imbecille”, scriveva Michelet ai tempi dell’incarnazione monarchica. Un genio multimediale capace di proiettare su di sé le attese e le speranze di un popolo universale, si dirà per Obama.

Marina Valensise
© Il Foglio, 21 dicembre 2009


Lettera al Foglio sul caso Battisti
Pubblicato il 19 gennaio 2009, in Diario

Caro Direttore,
Lanfranco Pace sarà pure un uomo sensibile, ma sembra ancora gravato da un passato indigeribile. Solo lui  può sostenere che  Cesare Battisti ha ucciso “non per rubare l’incasso della giornata o due gratta e vinci”, bensì per “altre ragioni”. Ma fa venire una gran malinconia quando scrive che “nemmeno vale la pena chiedersi se queste ragioni fossero folli o dementi” . Ci sono quattropoveri morti che aspettano che la giustizia faccia il suo corso;  evidentemente per Pace non contano, visto che egli s'ostina a distinguere tra ”un semplice assassino” e “un assassino terrorista” con “finalità politiche” per il quale, secondo lui, varrebbe il principio dell’habeas corpus.
Dire questo, però, significa  perpetrare l’equivoco sugli anni di piombo, che rende difficile  liquidarli, al contrario di quanto lo stesso Pace vorrebbe. Vuol dire, infatti, legittimare il terrorismo in nome di fini politici superiori. Tesi inaccettabile per una democrazia rappresentativa,  a meno che non si continui a cavalcare l’eversione, e ben rischiosa in un regime dispotico, come la storia del bolscevismo marxista leninista dimostra,  quando il terrore finì per dar vita a un regime ancora più sanguinario di quello che intendeva abbattere.

Marina Valensise


Il grande silenzio laico
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario

Qualcosa di strano sta succedendo sotto i nostri occhi, e la cosa più strana è il silenzio delle istituzioni, la risposta balbuziente e indecisa data dai politici. Sabato scorso, alcune migliaia di musulmani (900 mila residenti in Italia) si sono dati di nuovo appuntamento nel centro di Milano per pregare rivolti verso la Mecca e invocare la protezione di Allah sui fratelli di Hamas ingaggiati in guerra da Israele nella Striscia di Gaza. Stavolta, l’orazione del tramonto, la quinta del giorno secondo il calendario coranico, si è tenuta non davanti al Duomo, ma nel  piazzale antistante la Stazione centrale. Dopo aver sfilato per le vie della città in un corteo di protesta contro le bombe israeliane su di Gaza, con i solito corteggio di slogan antisionisti, gli oranti musulmani si sono dispiegati in ginoccchio in ordine militare, e a piedi nudi davanti  ai loro tappetini di fortuna hanno invocato Allah. “Sembra di stare a Bagdad”, ha detto un passante al cronista di Repubblica. Erano “come un esercito”, ha osservato un caldarrostaio al cronista di Libero.
La presa di possesso della piazza milanese da parte di un gruppo di musulmani si aggiunge a quella di Torino,  Genova, Firenze, Roma, dove migliaia di persone sono sfilate in corteo, dando alle fiamme la bandiera israeliana, per esempio a Torino davanti all’associazione Italia-Israele, a Firenze davanti  al consolato americano, inneggiando propositi guerrieri (“Hamas vince, Israele boia”), e seminando scritte antiebraiche sui negozi degli commercianti ebrei, com’è successo a Roma nei pressi della sinagoga vicino Piazza Bologna.  A Genova, il corteo pro-Palestina ha sfilato sino alla cattedrale di san Lorenzo, con la solidarietà dell’Arci, dell’Unione democratica arabo palestinese,  di Legambiente, Rifondazione Comunista, ma anche della Rete contro il G-8 e del centro di Documentazione per la pace. Ma la simbologia evocava quella dei funerali dei neonati palestinesi, finti feretri di fagottini insanguinati, e versetti del Corano per chiedere la fine dei raid israeliani e dell’olocausto di Gaza. Nessun inno al partito di Hamas, avevano deciso gli organizzatori, per evitare strumentalizzazioni, ma solo uno sventolio di bandiere. Unici commenti, quello del rabbinbo Momigliano, che ha parlato di “ guerra tragica ma giusta”, e l’imam, che gli ha risposto: “Spero prenda le distanze da Israele così come noi le prendiamo dai terroristi islamici”.
I cattolici restano in silenzio davanti a queste manifestazioni di straordinaria potenza simbolica. Tace ormai da anni il vecchio e saggio cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che anni fa propose con grande scandalo nazionale una immigrazione selettiva a favore delle popolazioni cristiane. Tace o parlotta il cardinal Dionigi Tettamanzi, dopo la goffa richiesta di scuse accettata pro bono pacis dall’arciprete del Duomo di Milano, mentre l’arcivescovo di san Marino, Luigi Negri denuncia sul Giornale “gli aspetti stridenti in preghiere islamiche nelle piazze italiane da parte di chi incita all’odio e brucia le bandiere”.
Eppure quello più clamoroso non è il silenzio della Chiesa. Il silenzio che più fa rumore è quello della classe dirigente, come se un dispiegamento di forze così potente sul piano simbolico potesse neutralizzare ogni argomento politico o farlo scadere, in partenza, come inutile e pretestuoso. Certo, personalità della destra politica e culturale si sono espresse, ma con un timbro di autorevolezza ridotto dalla “tipicità” di quelle voci (i soliti “sobillatori”, direbbe Gad Lerner) e dall’isolamento in cui quelle parole sono cadute.
Il focoso ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto “basta alle provocazioni degli islamici a Milano”. Ha spiegato di non aver nulla nulla da obiettare alla preghiera o al diritto di manifestare senza violenza. “Ma a Milano, ha aggiunto, una manifestazione legittima si è conclusa in una provocatoria moschea a cielo aperto, e in un’occasione di odio, bruciando le bandiere di un paese amico”. Come lui ha parlato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, scrivendo al premier Silvio Berlusconi per chiedere di “espellere i manifestanti razzisti filo Hamas”; ma è incorso nel veto dei partiti di opposizione, Pd e Pdci, che attraverso il ministro ombra Marco Menniti hanno spiegato che “non si può equiparare chi brucia una bandiera ai terroristi”. E poi “Milano non è Gaza, e nemmeno l’Iraq”, ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato, deputato Pdl. Sul Giornale l’antropologa Ida Magli ha scritto con enfasi accorata: “Non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire”. La Magli, che ha un passato di religiosa, ha salutato il sussulto di coscienza davanti al sequestro jihadista delle piazze europee, che rende consapevoli di quanto la nostra civiltà sia fragile, soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali, “il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani”.
Forse proprio così si spiega il silenzio delle alte cariche dello stato, dei maggiori leader parlamentari. E anche una certa reticenza di stampa e tv, una ritrosia a farsi coinvolgere di intellettuali liberali di solito combattivi e presenzialisti. Come se in nome della libertà di pensiero, della libertà di culto, non si potesse non si dica interdire e vietare, ma nemmeno commentare un fatto così cospicuo dal punto di vista civile e politico e religioso, salvo scatenare una reazione opposta e contraria nei cristiani, e dunque riaprire la cicatrice dell’inimicizia religiosa, rimarginata grazie allo stato laico. Per questo, probabilmente, tace sulla questione il presidente della Repubblica, tace il presidente del Senato, tace il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno.     
L’ultimo episodio segna un salto di qualità, comunque lo si giudichi e comunque si intenda definire una possibile risposta: non è la semplice preghiera in pubblico di un gruppo di immigrati musulmani. E’ il gesto di una offensiva politica, condotta su una piattaforma non nazionalista e tantomeno di patriottismo liberale, bensì islamica. Un pezzo del mondo islamico si scopre fiancheggiatore in preghiera del jihad davanti alle cattedrali e nelle piazze europee, e questo rischia di rendere problematica la famosa convivenza multiculturale. Per contribuire a bucare con opinioni non conformi e non banali il grande silenzio o la grande opacità che sono sotto i nostri occhi, abbiamo come al solito fatto girafre un certo numero di opinioni.

Marina Valensise
© Il Foglio, 13 gennaio 2009


I lettori ci scrivono
Pubblicato il 12 gennaio 2009, in Diario





Roma, 12 gennaio 2009

Ci vedremo in piazza Dar-al-islam
Pubblicato il 9 gennaio 2009, in Diario

Bat Ye’or è uno pseudonomino, significa la Figlia del Nilo, e non è nemmeno il primo che l’ideatrice del concetto di Eurabia ha deciso di darsi: il primo fu Yahudiya Masriya, l’Ebrea egiziana, scelto nel 1971 per pubblicare il suo primo libro sugli ebrei d’Egitto. “Fu una scelta di identità”, dice oggi Bat Ye’or parlando al telefono dalla sua casa in Svizzera. “Avevo rotto col mio passato. Fuggita con tutta la mia famiglia dall’Egitto, nel 1957, riparai a Londra come apolide. Non avevo più niente”. Oggi invece quello pseudonimo è la prova che in Europa viviamo ormai in stato di “dhimmitudine”, altro termine che lei stessa ha coniato, col contributo del presidente libanese Gemayel, per indicare il prevalere della legge islamica che ai “dhimmi”, i non musulmani, ebrei e cristiani, imponeva speciali esenzioni  in cambio di un tributo, al costo però di umiliazioni di ogni tipo. “Da tempo viviamo in Europa in una condizione imposta da leggi straniere. Chi scrive di islam oggi in Europa è costretto a proteggersi, a nascondere la sua identità, a rinunciare alla libertà di parola, in violazione delle nostre stesse leggi. E’ un’aggressione alla quale ci rifiutiamo di rispondere, ma se andrà avanti così rischiamo di essere troppo deboli per sopravvivere a un conflitto di civiltà legato alla nostra stessa identità”.
La sharia si insinua nel Vecchio continente, e non da ora secondo Bat Ye’or. La massa di musulmani genuflessi in ordine geometrico militante sul sagrato del Duomo di Milano o di San Petronio a Bologna sono per lei l’ultima plateale conferma della perdità di identità dell’Europa. “I musulmani agiscono in totale violazione delle leggi e dello spirito europeo. Pregano apertamente per Hamas invocando la distruzione dello stato di Israele. In principio, dopo la Shoah, in Europa nessuno ha il diritto di auspicare la scomparsa dello stato ebraico. Ma i musulmani – o meglio quegli estremisti che scendono in piazza per bruciare la stella di David e invocare Allah akbar, considerano l’Europa come Dar-al-Islam, come terra di sottomissione. Il loro odio contro lo stato ebraico rientra in un più largo spettro ideologico e politico, che da secoli alimenta l’odio verso i popoli del Libro, i non musulmani, nutrendosi della mentalità del Jihad, anche se purtroppo viene incoraggiato dagli stessi politici europei”. Davanti alla metamorfosi delle piazze europee in luogo di fede e militanza politica jihadista, la prima responsabilità dunque è dei nostri politici: “Hanno creduto che l’odio antisraeliano si sarebbe rivolto soltanto contro Israele. Non hanno capito che quell’odio, invece, era diretto contro l’occidente e avrebbe finito per distruggere la stessa Europa. Quando l’islam arriva e dice che Gesù era un profeta musulmano, come pure Abramo, Mosé, David e Salomone, e tu non puoi difenderti con le tue leggi e i tuoi principi, finisci per soccombere e accettare il tribunale della sharia come hanno fatto gli inglesi: così invece di integrare in Europa gli immigrati di religione musulmana, finisci per islamizzare l’Europa”.
E se uno le domanda come mai i politici europei abbiano agito così, Bat Ye’or torna alla tesi sua famosa che ha spinto Niall Ferguson a riconoscere: “Nessuno meglio di lei ha attirato l’attenzione sul carattere minaccioso dell’estremismo islamico. Un giorno gli storici giudicheranno profetico il termine Eurabia, da lei coniato”.
I politici europei sanno benissimo cosa succede, dice Bat Ye’or. “Hanno ambasciate, spie e agenti a sufficienza per conoscere la mentalità islamica molto meglio di noi, e i problemi del rigetto delle altre culture. Ma non vogliono la guerra e per evitarla, di fronte a fenomeni come il jihad e il terrorismo, l’hanno prima negata, poi si sono alleati con quelli che li volevano distruggere. Hanno preteso, come ha ammesso di recente il senatore Cossiga, che il governo italiano, ai tempi della Democrazia cristiana, collaborasse coi terroristi palestinesi. D’altra parte, l’alleanza con l’Organizzazione per la liberazione palestinese era un obiettivo strategico della stessa Organizzazione della conferenza islamica, l’Oci, organismo estremamente potente che riunisce 56 stati musulmani, e sul piano planetario ha la stessa influenza di un Califfato universale”.
L’Europa, alleandosi con le stesse forze che la minacciavano, ha finito per schierarsi contro Israele. “Solo che adesso l’odio verso lo stato ebraico lavora contro l’essenza stessa del cristianesimo, che è uscito dal giudaismo mantenendo il Vecchio Testamento; e in questo modo distrugge in profondità la spiritualità cristiana”. La novità in tutta questa vicenda è che, davanti all’universalismo islamico, l’ecumenismo cattolico, per una volta, risulta del tutto impotente. Lo dimostra l’ambiguità della chiesa, mentre un alto prelato paragona liberamente la striscia di Gaza a un lager nazista. “Sul piano morale questo è un punto assai importante e ha ben ragione Sandro Magister a sottolinearlo” dice Bat Ye’or. “Sono vari fattori a spiegarlo: non solo l’antisemitismo, ancora molto pregnante nella chiesa, sebbene il cristianesimo debba tutto al giudaismo; ma soprattutto il fatto che la chiesa, se vuole proteggere i cristiani che vivono in paesi arabi arretrati come l’Egitto, o fanatici come la Siria e l’Iraq, è costretta a prendere le distanze da Israele. Le comunità cristiane sono molto vulnerabili: vivono in ostaggio alle masse musulmane che li odiano e sono costrette ad accettare enormi umiliazioni e sacrifici pur di restare lì. E poi, altro fattore, ci sono i beni della chiesa, monasteri, conventi, seminari, che potrebbero venir incendiati o confiscati, mentre i preti cristiani che s’aggirano disarmati fra i musulmani, sarebbero facilissimi da aggredire. Nasce da qui l’atteggiamento di conciliazione che la chiesa mostra nei confronti del mondo musulmano. In fondo, non volendo affrontarne l’ostilità islamica, anche lei come l’Europa si protegge con la politica del dialogo, che però anche ne suo caso è fatta di negazione e concessioni”.
Per molti in questo modo la chiesa, anziché favorire il processo di pace, lo rende più impervio. Il problema palestinese, sostegono costoro, si sarebbe potuto risolvere nel 1948, nel 1967, e nel 1973, se solo il Vaticano l’avvesse voluto. “Ma il Vaticano si è sempre opposto alla creazione di uno stato ebraico, sin dai tempi della dichiarazione di Lord Balfour”, dice Bat Ye’or. “La Giordania era disposta a discutere dei confini, e nel 1967 si poteva arrivare un accordo sui territori: Israele era pronto a cederle una parte della Giudea e della Samaria, e la questione palestinese sarebbe stata risolta. A questa soluzione, però, si è opposta la Francia, che con De Gaulle, dopo la fine della guerra di Algeria, per non perdere la presa sui paesi arabi, ha assunto un atteggimento estremista, mettendosi dalla parte dei partiti musulmani più radicali, e sostendendo l’Olp ha riconosciuto l’esistenza di un popolo che non esisteva prima. L’Europa ha voluto sostenere la guerra contro Israele e adottando la formula araba: ‘il terrorismo non si combatte sul piano militare’; così è potuta apparire come la protettrice del mondo arabo contro la politica americana e israeliana. Contro il terrorismo, voleva dire quella formula, non ci si può difendere con l’uso delle armi; dunque ci si deve sottomettere, cosa che la stessa Europa ha fatto nel 1973, e continua a fare. E infatti, ogni volta che Israele si difendeva dal terrorismo con le armi, l’Europa trasformava la vittoria militare di Israele in sconfitta politica. L’Europa ha preferito mantenere Israele insanguinata per impedirgli di mettere fine al conflitto. La comunità internazionale ha preferito conservare nell’odio antisraeliano le centinaia di migliaia di palestinesi che per quarant’anni ha mantenuto nei campi profughi, anziché distribuirli nel mondo arabo, con la speranza che un giorno distruggessero lo stato ebraico. E’ questa macchina infernale, costruita dai leader europei, che oggi spiega il sequestro jihadista del sagrato del Duomo e di San Petronio. Se non la riprendiamo in mano, finirà per portare l’Afghanistan dentro le mura delle nostre città”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 11 gennaio 2009


Ecco come nasce la super sterzata garantista di Sarko sulla giustizia
Pubblicato il 7 gennaio 2009, in Diario

In Francia si annuncia la fine del  giudice istruttore. Cardine della procedura penale sin dai tempi di Napoleone, ha il compito di istruire il processo come pubblica accusa, tenendo conto però anche della difesa. Giudice e arbitro, ha poteri esorbitanti (benché limitati al 5 per cento dei casi penali) e spesso fuori controllo, come dimostra il caso Outreau – un intero villaggio fu accusato di pedofilia – e il più recente arresto del vicedirettore di Libération, Vittorio de Filippis. Da tempo, non soltanto i politici, ma anche magistrati indipendenti come Renaud van Ruymbeke, responsabile del team finanziario per l’inchiesta sul caso Clearstream che vide coinvolti l’ex premier Dominique de Villepin e lo stesso Sarkozy, sono favorevoli a cancellare la figura del giudice istruttore, rafforzando i diritti della difesa e magari importando il modello d’indipendenza delle procure italiane. “E’ tempo che il giudice d’istruzione ceda il posto al giudice dell’istruzione, che controllerà lo svolgimento delle inchieste senza più dirigerle”, ha detto ieri il presidente Nicolas Sarkozy davanti alla Corte di cassazione. Tra il vecchio sistema e il nuovo, la differenza dunque sta nel genitivo partitivo. “Il giudice d’istruzione nella forma attuale non può essere l’arbitro. Come chiedergli di prendere misure coercitive quando a guidarlo è la necessità della sua inchiesta?”, ha detto Sarkozy citando se stesso quando oggetto di strumentalizzazione chiese protezione alla giustizia. Intanto però i magistrati insorgono, preoccupati da una stretta politica sulle procure; l’opposizione protesta, temendo la “tentazione totalitaria” dell’ “Etat Sarkozy”; mentre il premier François Fillon annuncia che da febbraio sarà il Parlamento a discutere le varie ipotesi – un giudice indipendente titolare delle indagini, o un giudice istruttore che ha il compito di svolgerle senza dirigerle – oggetto del rapporto della commissione presieduta da Philippe Léger.

L’ambiguità morale del soldato
Pubblicato il 6 gennaio 2009, in Diario

Se è vero che le immagini hanno ucciso l’immaginazione, perché il bombardamento quotidiano di realtà al quale siamo esposti preclude l’intelligenza dell’immaginario, tanto che il leggere ormai è diventato una fonte di sofferenza, non solo per gli adolescenti, è vero pure che per capire la realtà, per capire ad esempio il modo in cui il soldato israeliano va alla guerra, e cogliere tutta la gamma di ambiguità morale che lo assedia quando entra a Gaza e deve affrontare il nemico arabo – un’ambiguità fatta di esitazione e disperazione, di brutalità e sventatezza, ma anche di saggezza e remissione sacrificale davanti a un uomo che prima di essere un nemico per lui è anche un vicino, il suo panettiere, il suo autista, il suo babysitter, il suo idraulico e factoctum – bene, per capire tutto questo bisogna leggere l’ultimo romanzo di David Grossman, “Una donna in fuga dalla notizia”. Racconta la storia di una madre, Orah, che per sottrarsi all’annuncio di una disgrazia che potrebbe colpire il figlio soldato, inviato in missione in Cisgiordania, quasi a volere scongiurarne il caso, stacca il telefono, esce di casa e parte per il viaggio progettato con lui, facendosi però accompagnare da un vecchio amico, assieme al quale inizia un lungo pellegrinaggio a piedi attraverso le montagne della Galilea, che è anche un viaggio nella memoria sua privata e della sua generazione e in quella collettiva dello stato di Israele e le sue guerre. Tradotto da Alessandra Shomroni per Mondadori, in italiano s’intitola “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, perché l’editore ha preferito riprendere quel versetto del Cantico dei cantici (2,9) che viene in mente a Orah, guardando il figlio provarsi una camicia nel camerino di un negozio, e giocando così sul termine, Ofer, che in ebraico vuol dire cerbiatto, ma è anche il nome proprio, scelto per il protagonista. E’ un grosso tomo di ottocento pagine. Appena si prende in mano ti tiene incollato per ore, sfidando il principio di gravitazione universale e le leggi spazio-temporali, tanto trasuda amore e dolore, terrore e passione, morte e vita, pace e guerra.
Grossman è infatti un grande scrittore pacifista. Un santo laico dello stato di Israele, amato e venerato come può esserlo un moderno profeta nel cui verbo respira una tradizione millenaria. E’ convinto che solo il romanzo possa afferrare il cuore delle cose, “il cuore nascosto del reale”, come dice lui, perché “il romanzo evita la dialettica amico-nemico, la categorizzazione a oltranza, il capriccio dell’istante”. Ma è anche un uomo del suo tempo, molto nevrotico e disperato come lo sono per lo più gli scrittori contemporanei. E’ un ateo radicale, uno che dice di voler “vivere nella paura”, di “voler sentire che non c’è nulla che mi protegga oltre le cose create da me stesso”, ma al tempo stesso è un narratore onnisciente mosso dall’onnipotente ambizione di “dare ordine al caos”, come egli stesso ha confessato di recente, usando un termine, “Tohu”, che figura nel libro della Genesi. Questo suo ultimo romanzo ha cominciato a scriverlo quattro anni prima che suo figlio Uri, soldato nell’esercito israeliano, perdesse la vita al fronte, 48 ore prima dell’inizio del ritiro delle truppe dal Libano, nell’agosto 2006. Uri Grossman, figlio secondogenito, era un tipo un po’ speciale. Intelligentissimo, profondo, ipersensibile e molto spiritoso, come suo padre, doveva essere molto più vecchio dei suoi 19 anni, come in genere lo sono i ragazzi israeliani, maturi anzitempo per forza di cose. Di quel romanzo aveva letto già vari capitoli e aveva pure dato il suo contributo su alcuni dettagli tecnici. Quando Uri Grossman è morto, anche suo padre David si è spento. “Come salvare questo libro?”, chiedeva ai suoi amici. “Sarà il libro a salvarti”, gli rispose un giorno Amos Oz.

E infatti il libro è un concentrato di tante vite che rincorrono la morte per tenere a bada la guerra, l’odio, la violenza. “I libri sono l’unico luogo al mondo in cui le cose e la loro perdita possono coabitare”, ha detto Grossman. Nel suo libro c’è Orah, per esempio, la madre di Ofer, che vaga a piedi per torrenti della Galilea con Avram, l’amante perduto, il padre negato, e pensa ai tempi della guerra dei Sei giorni, quando un’estrazione a sorte la costrinse a scegliere proprio lui per una missione a rischio contro l’esercito egiziano che trasformerà quel ragazzo brillante, aspirante commediografo, in disadattato dopo la riabilitazione impossibile dai postumi della prigionia e della tortura. C’è Ilan, l’ex marito, avvocato di successo, il terzo polo del trio di gioventù, che vivrà corroso dal rimorso e dai sensi di colpa, per esser stato lui e non Avram, l’amico irresistibile e geniale, a dare un figlio a Ofer. C’è Sami, l’autista arabo “volto ermetico, braccia massicce”, che coinvolge Orah nel soccorso ai clandestini palestinesi, ma la spinge all’odio, perché, guida con la radio accesa, passando dall’arringa del premier dello stato di Israele, “determinato a reprimere il culto dei martiri dei suoi nemici per proteggere i suoi figli” all’infiammato proclama arabo con sottofondo militare, senza cedere alla richiesta di spegnerla, indifferente all’astio che esplode tra i due. “Non fa parte della  cultura degli arabi, del loro senso dell’onore, un onore del cavolo, e quelle offese infinite, e le vendette, e i conti che ti fanno per ogni mezza parola che gli hai detto nella preistoria, e tutto il mondo gli deve sempre qualcosa, tutti hanno colpe verso di loro”. E poi c’è Avram, l’ombra tragica del soldato finito in un agguato sul canale di Suez. Passeranno 36 anni prima che scopra il tentativo di salvarlo da parte dell’amico e qui la guerra di Grossman si colora di ambiguità, fra i soldati egiziani in ritirata, Ilan, che si scola una borraccia, le ginocchia tremanti: “Il pensiero che avrebbe potuto uccidere un uomo, e che desiderava moltissimo farlo, aveva squarciato una patina che lo avvolgeva da quando era uscito dalla base”. Ilan che fa come un pazzo per collegarsi via radio con Avram, sepolto in fondo al canale: “Lascia perdere, aveva detto il comandante con delicatezza. Per ora non possiamo fare niente. L’intero esercito egiziano lo circonda e noi abbiamo zero forze laggiù. E sentilo, aveva aggiunto in un sussurro, quasi temendo che Avram potesse udirlo, a lui non importa più dove si trova, credimi. A conferma di quelle parole, Avram era esploso in un grido prolungato e gracchiante. Il comandante con gesto veloce aveva girato la manopola della fequenza, e al gracidio di Avram si erano sovrapposti ordini, spari, rilevamenti sonori per aggiustare il tiro dell’artiglieria. E tutti quei suoni, per un attimo, erano sembrati logici anche a Ilan, a modo loro, uno scambio accettabile, date le circostanze”.
    Marina Valensise




 

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