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Non è una questione intima e privata

Pietà. Intanto dovremmo avere un po’ di pietà. Non solo per quel medico di Rapallo che non ha retto al peso di un’indagine giudiziaria, e nemmeno alla coscienza della propria responsabilità. Ma soprattutto per quelle povere donne che rimaste incinte volevano cavarsi d’impaccio senza dare nell’occhio, senza nemmeno sapere che stavano commettendo un reato. E pronte a tutto pur di liberarsi di un peso, troppo gravoso per le loro “futili” vite, si sono affidate al ginecologo di fiducia per  una procedura riservata e clandestina. Non volevano rispondere al questionario del consultorio. Non volevano mettere in piazza la loro vita intima, e infelice. Non volevano giustificare il loro rifiuto di maternità. Ma adesso a nulla serve infierire sulla soubrette smaniosa di successo in tv, sulla commessa in partenza per le Maldive o sulla Bovary genovese che tradiva per noia, senza nemmeno poter informare l’amante del ritardo nel mestruo. Non serve molto condannarne l’indifferenza etica, di cui per altro sono le prime vittime. E infatti, si sono già autocondannate da sole decidendo di abortire. Quante di loro sanno di essere morte dentro scegliendo contro la vita? Quante di loro scopriranno com’è difficile vivere con la morte dentro? Quante di loro rimpiangeranno di aver negato la propria essenza di donne, costituzionalmente fatte per dare la vita e invece ridotte per noia, disamore o sciatteria, a togliere vita alla vita? Soffriranno nell’intimo per aver distrutto nel loro ventre il corpo luteo, che si forma nell’ovaio dopo che il follicolo ha espulso un ovulo e secerne progesterone, ma in caso di gravidanza produce ormoni sino al sesto mese.
Insieme alla pietà, però, vorremmo anche una tregua. Smettiamola di sostenere che di aborto solo le donne sono autorizzate a parlare, e non gli uomini, come se l’argomento avesse una sua legittimità superiore in funzione del genere di chi l’affronta, e non in base a una razionalità universale. E già che ci siamo, smettiamola anche di pretendere, come fa Adriano Sofri, che bisogna invece ridare la parola agli uomini, ma solo per scoprirne la viltà. Troppo comodo. Troppo povero.
Di aborto le donne non vogliono parlare e nemmeno sentirne parlare. Lo dimostra il caso genovese. Non vogliono dare un nome a una cosa che per loro non deve esistere, perché sarebbe come darle corpo e restituirle vita, aggiungere dolore a dolore,  visto che abortiscono proprio perché vogliono negarla. Si fanno infilare dentro un tubicino per aspirare la vita, come pensare che possano spiegare perché lo fanno? Le statistiche, infatti, sono mute. Non registrano i motivi di una scelta, ma solo le cifre di chi la compie. Si dice, l’aborto ormai è diventato eticamente irrilevante, per questo non si discute il perché. Eppure, non basta rompere la cappa ideologica che, in nome del diritto delle donne e della privacy, incombe sulla realtà. Vogliamo davvero restituire un’eco collettiva a una dimensione, come la vita sessuale, che da cent’anni è stata abbandonata in mano al singolo, smarrito dietro al suo inconscio? Davvero vogliamo combattere il nichilismo libertario, edonista e mortifero? Invece di infilzare le donne, torniamo ai fondamentali. Troviamo il coraggio di screditare modelli e stili di vita, per quello che sono, insulsi, ridicoli e inutilmenti dannosi.

Il Foglio, 15 marzo 2008

Pubblicato il 17/3/2008 alle 15.7 nella rubrica Articoli.

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