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Come lo ricordo

Untitled. Pencil and gouache on canvas, 106.5x106.5x7 cm. Private Collection, Naples. Courtesy for the image: Blu Bramante Associazione Culturale. Photo: Hugo Glendinning.Il Foglio esisteva da un anno. Avevamo cominciato a pubblicare una serie di interviste sull’arte,realizzate negli atelier degli artisti, perlopiù romani. Il primo della serie era stato Enzo Cucchi, che nel suo studiolo in legno di via del Cancello, aveva parlato della gloria necessaria per entrare nel nuovo millennio, del salto e dello stupore di un’opera. Poi c’era stato Nunzio, lo scultore segreto, con le sue lastre di ferro, le tavole di legno, il cemento che s’animava d’improvviso nel loft di San Lorenzo. Gino De Dominicis aveva saputo, aveva letto e aveva detto l’unico artista contemporaneo da intervistare sono io. Duccio Trombadori, che all’epoca passava con lui le lunghe notti surrealiste bagnate dalla Vodka al Bar della Pace, me ne parlò, mi introdusse al personaggio, mi disse che era pronto, che aspettava una telefonata per realizzare un’intervista esclusiva. Lo chiamai subito e Gino mi convocò per il pomeriggio del giorno dopo nel suo studio, di via san Pantaleo, al piano nobile di Palazzo Lancellotti, Mai avrei pensato di trovarmi di fronte l’essere più eccentrico, più spiritoso, più disarmante e tirannico e infantile e imprevedibile che avessi mai incontrato. Attivata a Palazzo Lancellotti, ricordo ancora che salii la scalinata rinascimentale con qualche trepidazione. De Dominicis mi aveva chiesto di portarmi dietro non solo il registratore, ma anche il computer sul quale avrei trascritto l’intervista. La trattativa, ricordo, fu abbastanza rude. Non voleva che nulla di sé uscisse fuori dal suo studio, un grande appartamento dannunziano, allietato da tante fanciulle, che il Maestro comandava a bacchetta, chiedendo all’una di procurargli un panino con la lonza, all’altra di lustrargli le scarpe, all’altra ancora di versargli un bicchiere di vodka. Pretendeva non solo che l’intervista si svolgesse a casa sua, ma che venisse anche sbobinata e redatta in sua presenza, e sotto il suo controllo. Dopo lunghe spiegazioni riuscii a convincerlo che il lavoro di redazione richiede calma e concentrazione, e non poteva avvenire nello studio di un artista, fra le visite continue di mercanti d’arte, e l’andirivieni di assistenti e amici. Negoziai e alla fine raggiunsi un compromesso. Avrei realizzato l’intervista a casa sua, lasciato il registratore nelle sue mani, consegnato la cassetta dopo l’uso, e discusso punto per punto con lui il testo risultato della nostra conversazione prima di pubblicarlo sul Foglio. Non so se fosse completamente paranoico, o facesse finta di esserlo, ma di sicuro era ossessionato dall’idea di lasciare tracce inconsulte, segni indesiderati, indizi fuori controllo che un giorno, chissà come e chissà perché, avrebbero potuto dare un’idea di sé difforme da quella che per anni aveva ostinatamente costruito. Avevo di fronte un pazzo o un perfezionista, e comunque un tipo scaltro, dispotico, originale, completamente privo di complessi, e consapevole di vivere al di là delle norme e al di sopra delle regole. Tant’è. Gino De Dominicis, però, era anche un uomo molto spiritoso. Fragile, indifeso, curioso e sensibile come può esserlo un bambino bisognoso di affetto, oppure un vecchio magnanimo e generoso. Mi sedetti un po’ contrariata sulla poltroncina a sinistra del divano ottocento di tela bianca, se non ricordo male, con fregi il legno dorato, e cominciammo l’intervista.

La prima domanda era molto accademica, inutilmente dotta per un sostanzialista come lui. Gli avrò chiesto qualcosa sull’estetica moderna, sul suo inventore, Baumgarten che fondandola sulla soggettività pose le basi per la dissoluzione del bello e la morte dell’arte. Gino mi squadrò, incuriosito dallo strano animale che aveva di fronte, non un critico d’arte, non un esperto, nemmeno un giornalista, sorseggiò un bicchiere di vino rosso, tenendo la sigaretta sospesa tra l’anulare e il mignolo della mano destra, e sibilò “Non può farmi una domanda più semplice?”.Certo, risposi trattenendomi dal ridere. Me ne suggerisca lei una alla quale vorrebbe rispondere.
“Tre per due, sei meno uno, cinque per otto” disse lui con gli occhi che gli ridevano di follia surrealista, ma senza alzare il labbro superiore, e dunque impedendomi di scoprirne gli incisivi, per testare la sincerità dell’intenzione. Fu così che mi conquistò, cancellando di colpo l’iniziale repulsione provocata da un pittore narcisista invaso di sé. Fu allora che capii di avere davanti un delizioso impostore, che sapeva rendere irresistibile la sua tirannia, facendoti obbedire docilmente ai suoi capricci imperiosi, quali che fossero, la scelta di un aggettivo, l’uso di un avverbio, la distinzione non sempre chiarissima della congiunzione “e” e la terza persona del verbo essere, l’urgenza di un giro in Jaguar nottetempo, nonostante la tavola imbandita per una cena in casa e gli invitati già seduti, le marce a piedi per ore e ore durante la Biennale a Venezia, sotto il sole dell’Arsenale, con commenti folgoranti e irripetibili sulle star internazionali dell’arte contemporanea…
La nostra amicizia nacque quel giorno nel suo studio a Palazzo Lancellotti. Restai con lui tutto il pomeriggio e poi anche la sera, a cena alla Rosetta, in un tavolino a sinistra all’entrata, tra la venerazione dei camerieri e il candore disarmante del Maestro, sempre vestito di nero, come un gufo assiro, sicuro di sé come può esserlo un pazzo, un disperato o un genio, che non aveva bisogno di tante parole, per imporsi. Gli bastava piegare le labbra accennando sardonico un sorriso, squadrarti dalla fessura di ghiaccio dei suoi occhi azzurri, e disegnare con le mani un movimento definitivo, e inatteso.

Flash Art, numero speciale dedicato a Gino De Dominicis, 2007

Pubblicato il 1/12/2007 alle 23.0 nella rubrica Articoli.

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