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I trent’anni controcorrente dei liberali di Commentaire


Massima allerta per i desiderosi di sostanza. Commentaire, la rivista fondata da Raymond Aron, festeggia i trent’anni con un dizionario del contemporaneo. Trenta firme scelte trattano di altrettanti temi-chiave: Leszek Kolakowski di Religione, per dire che più del dialogo interreligioso può la pratica di una fede comune. Simone Leys di Verità, per ricordare il paradosso dell’arte che rivela la realtà. Thérèse Delpech di Irrazionale e il suo successo spettacolare, il giudice Ruymbeke di Istruttoria, l’avvocato François Sureau di Libertà… ma si parla anche di nazioni.  Di America, per cominciare, descritta da Marc Fumaroli nella cappa di piombo di noia e piattezza che avvolge i suoi studenti. Basta leggerne i diari: “Sono a Chicago, aspetto Steve, fuori piove, ho dormito bene, ho sniffato un po’ e bevuto molte birre”. Sembra la didascalia di un quadro di Hopper, e invece è il nemico senza volto della psiche americana, il vuoto che domina le città senza marciapiedi, puri conglomerati urbani dove dal nulla può spuntare fuori un museo pieno di capolavori di Poussin, come a Fort Worth. E’ la noia, per lo studioso del Rinascimento, la molla segreta dell’energia metamorfica che spinge l’America a rinnovarsi di continuo e la condanna al successo, all’ottimisimo, all’attesa di un futuro migliore, anche se atrofizzato dall’assenza di legami con l’esperienza della civiltà passata. Quest’atrofia, del resto, è la stessa che affligge oggi le nazioni d’Europa, potenze declassate rispetto all’egemonia passata. Per esempio, la Francia – scrive Nicolas Baverez – anziché adattarsi al moderno, si lacera pur di mantenere idee vecchie, rifiuta di abbandonare il fordismo keynesiano o di accettare il crollo sovietico; non vuole prendere atto del ritorno in auge della religione dopo l’11 settembre e s’oppone all’integrazione europea. In balìa di una  libertà rivoluzionaria, conservatrice e avida di novità, osteggia le riforme, anche se la sfida della globalizzazione è inesorabile, per la dialettica tra l’universalizzazione, effetto di mercato e tecnologie, e la forza di disintegrazione legata al conflitto tra valori e identità diversi. Nel Ventesimo secolo, riassume Baverez, la Francia ha globalizzato le guerre civili; nel Ventunesimo deve arginare le guerre globali scoppiate in nome della religione o di nuove ambizioni imperiali. Non è detto che ce la farà, ma sapere cosa deve fare è già un passo avanti.

Fra le ambizioni imperiali un posto a parte va a quelle della Cina, che offre una smentita storica alla democrazia occidentale, visto che lì il ritorno al capitalismo avviene senza bisogno di libertà politica. E infatti, Jean-Luc Domenach ricorda la forza modernizzatrice di Den Xiaoping, il mix di terrore e apertura economica, l’ingresso della Cina nel Wto, che ha trasformato un paese sottosviluppato nella quarta potenza mondiale; ma insiste anche sull’incognita che grava sull’avvenire di un paese che persegue il grande balzo in avanti in termini di crescita, cavalca senza prudenza l’eccesso di investimenti ed export, e però, così facendo, sostiene un aumento universale di costi che la costringerà a un’escalation tecnologica e anche sociale.
Poi c’è Israele, che a sessant’anni dalla fondazione dovrebbe andare incontro a prospettive plumbee. E invece è un paese che, in piena guerra, grazie alla sburocratizzazione, alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alla forte concentrazione di industrie ad alta tecnologia, cresce di circa il cinque per cento l’anno, ha un pil pro capite di due terzi superiore a quello francese (dell’ottanta per cento, a parità di potere d’acquisto), una democrazia vivace e una libertà di stampa senza paragoni. Effetto, secondo Armand Laferrère, della stessa minaccia militare, da parte di Siria e Hezbollah sulla frontiera nord, di Hamas a Gaza, e dell’Iran di Ahmadinejad. La quale, per quanto remota, visto che provocherebbe una reazione nucleare israeliana che distruggerebbe l’Iran, sarebbe assurdo voler neutralizzare con una riedizione di Monaco 1938. “Visti dalla Francia, sono problemi che superano la nostra capacità di agire”, scrive Laferrère, che insiste sull’asimmetria dei media, sempre misuratissimi nel condannare gli attacchi anti-israeliani, ma molto meno nell’addebitare a Israele responsabilità ben più gravi. “Se le grandi potenze, seguendo il freddo calcolo dei loro interessi, lasceranno distruggere il piccolo stato ebraico, questo modesto crimine mi toglierebbe la forza di vivere”, scriveva Aron nel ’67, durante la Guerra dei sei giorni. Oggi invece i suoi eredi parlano tutt’al più di “fatica di vivere”. Altri problemi, in realtà, assediano le democrazie, vulnerabili alla demagogia e alla corruzione, al relativismo, all’assenza di tradizione e di memoria. In mancanza di un’idea provvidenziale della storia, osserva Alain Besançon, prevale il modello meteorologico del sereno dopo la tempesta, vale a dire la ripetizione aleatoria dell’identico. “The Sun is Lost, all coherence is gone”, scriveva l’elisabettiano John Donne. E infatti, oggi, nessuno dei moderni crede più a una superiorità del passato. “Orazio e Aristotele ci hanno già parlato delle virtù dei loro padri e dei vizi del loro tempo, e nel corso dei secoli molti autori l’hanno ripetuto. Se avessero detto la verità, gli uomini oggi sarebbero degli orsi”, scrisse ai suoi tempi Montesquieu. Ben venga, dunque, osserva Besançon, la felice ignoranza del reale, l’incoscienza che ha protetto quanti vissero sotto il nazismo e il comunismo, riuscendo per questo ad amare, generare, educare, come eroi incuranti dei rischi. L’ignoranza come anestesia dei mali contemporanei? Sì, però: “Da venticinque anni in Francia sono stati abortiti sei milioni di feti, operazione in cui il senso comune contemporaneo vede solo un progresso nel diritto delle donne a disporre del proprio corpo. Duecentomila aborti l’anno corrispondono alla mortalità infantile nel regno di Luigi XIV. Ma quale giudizio morale daranno le nuove generazioni?”. “La storia è un incubo da cui cerco di svegliarmi” diceva Joyce; “Svegliarsi forse non è una buona idea. E’ peggio”, chiosa l’ultimo l’aroniano.

Marina Valensise
© Il Foglio, 26 aprile 2008


Pubblicato il 25/4/2008 alle 18.1 nella rubrica Articoli.

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