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Corine Pelluchon, allieva di Leo Strauss, cerca la terza via tra eutanasia e accanimento terapeutico

Anche in Francia si discute di Eluana Englaro. E Corine Pelluchon, la studiosa di Leo Strauss membro nel Comitato nazionale di bioetica, sebbene  ostile all’eutanasia, guarda al caso italiano con lucidità: “Personalmente sono contraria al diritto di morte, ma non a bloccare il trattamento di sostegno se sussistono condizioni sproporzionate al  mantenere una persona artificialmente in vita”. La distinzione è sottile, ma nulla ha di causidico. Per l’autrice di un saggio che molti considerano una svolta (“L’Autonomie brisée, bioéthique et philosophie”, 16 pp., Puf, 35 euro) rappresenta il crinale da percorrere per trovare un’alternativa al doppio dogmatismo che contrappone l’intransigenza degli atei e l’assolutismo dei credenti. E infatti, per sottrarre un tema così delicato come l’ordine vitale a un conflitto di religione insanabile Corine Pelluchon prende le distanze sia dai fautori della sacralità della vita, che ne difendono l’ indisponabilità, sia dai sostenitori della libertà del soggetto, che cercano di conservare a tutti i costi la nozione di autonomia, anche in persone che ne sono prive.
La sua è una riflessione nuova che riprende molti argomenti da Leo Strauss, il critico del Moderno,  fautore del ritorno all’Antico in nome di un’idea di giusto, di bene e di virtù che noi moderni abbiamo espulso dal nostro orizzonte teorico, e li rinnovandoli nell’etica di Emmanuel Levinas, senza trascurare la pratica biomedica e l’esperienza legislativa.“Con la legge Leonetti del 2005 i francesi  hanno voluto evitare sia l’eutanasia, e cioè il diritto di dare la morte,  sia l’accanimento terapeutico” – spiega la studiosa. ”Davanti alla richiesta di sospendere il trattamento di sostegno nel caso di una persona mantenuta per anni artificialmente in vita, il legislatore ha fatto una scelta di società respingendo la brutalità della decisione di uccidere qualcuno con una iniezione letale, ma anche esprimendo un rifiuto del trattamento legato spesso a condizioni difficili di uno stato vegetativo prolungato”.
 In questo caso, assai vicino al caso Englaro,  si tratta di “malati tra virgolette” creati per così dire “dalla stessa medicina”. dice la studiosa. “Può succedere, infatti, che in un primo momento si riesca a recuperare la vittima di un incidente stradale, salvandolo da un trauma cranico grazie a tecniche potenti. Se poi la REM mostra che non ci sono segnali di attività cerebrali e il coma è irreversibile, diventa legittimo domandarsi se sia il caso di sospendere il trattamento di sostegno, che ricade nell’accanimento terapeutico”.
Corine Pelluchon parla con precisione, ma non ama i giri di parole. Se deve definire la vita artificiale di persone colpite da trauma cerebrale ricorre al paragone con la neonatologia: “E’ lo stesso schema: in un primo momento il neonatologo rianima i nati prematuri, salvo poi capire che, effetto della medicina, la rianimazione non va a beneficio dei bambini, e decidere quindi di lasciare alla natura il suo diritto. In questo caso la sospensione del trattamento non è segno della volontà umana, ma della scienza impotente: adottarla, significa lasciare che la persona muoia secondo natura. D’altra parte, nella Bibbia non c’è nessuno che viva grazie a un sondino artificiale. E persino Giovanni Paolo II aveva chiesto che glielo togliessero. Alcuni parlarono di suciidio assisito, ma il papa volveva solo vivere la finitezza del suo corpo secondo natura”.
L’essenziale, dunque, è riflettere, oltre che distinguere. Riflettere sulla potenza della scienza e gli strumenti della tecnica, e soprattutto sui valori, i vincoli, i limiti sui quali si fonda la nostra società: “La tecnica permette di mantenere in vita chiunque. Personalmente, non credo che quando non c’è coscienza si smetta di essere una persona umana. Meglio usare un altro argomento e dire :noi uomini siamo mortali, ma la tecnica ci porta talmente lontani, che dobbiamo fermarci”.
Fermarci sì, ma come? Nessuno sa  a cosa corrisponda per la coscienza lo stato vegetativo; e i neurologi  parlano di stati minimi di coscienza,  registrando l’attività della corteccia cerebrale anche in casi di coma irreversibile. “E’ vero, non si può sapere tutto. I malati in stato vegetativo sono essere umani. Ma la nostra umanità sta nel trovare una terza via tra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, che consiste nel dire lasciamo alla natura i suoi diritti. Se la società non è d’accordo per sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiale nel caso di Eluana, forse si può trovare un’alternativa nel non trattare le complicazioni che potrebbero scaturirne. So che è una questione delicata, perché non si tratta di una cura, bensì di un trattamento, e anche i medici e gli infermieri lo vivono male. Se si sospende l’alimentazione, il malato muore. Si potrebbe evitare di trattare le eventuali complicazioni che potranno colpire Eluana perché il suo corpo è fragile, somministrandole i sedativi per consentire che la natura riprenda il suo corso, e lasciando che si spenga a poco a poco, accompagnata dalla famiglia, senza dare a nessuno il diritto di stabilire il giorno e l’ora della morte”.
Ma se uno si ostina nella difesa di Eluana, che non è una malata, ma vive in stato vegetativo, passando dal sonno alla veglia, nutrendosi con un sondino, Corine Pelluchon insiste nella ricerca di una via d’uscita dall’impasse in cui altrimenti rischiano di restare prigionieri sia gli atei integralisti,  per i quali una vita non è vita se non è degna di essere vissuta, sia  i credenti, che invocano argomenti religiosi, inapplicabili alla democrazia moderna. E cita come caso estremo di un soggetto privo di autonomia, e incapace di libere scelte, i malati di Alzheimer: “Lasciare che la natura faccia il suo corso vuol dire rispettare la vita. Alcuni medici sostengono che in mancanza di vita cognitiva non valga la pena vivere. Ma allora cosa dire dei malati di Alzheimer? Vecchi senza memoria, senza ragione, senza parola, son  l’esempio di un’autonomia spezzata, eppure son sempre persone vive, persone umane. Quanto al caso Englaro è diverso, certo. Capisco che il padre di Eluana soffra, che si senta abbandonato,  che esprima le indicazioni lasciate da sua figlia. Ma la tecnica oggi è in grado di mantenere tutti in vita: è per questo che dobbiamo pensare una terza vita, specie se siamo contrari all’eutanasia. Lasciando in vita situazioni simili, infatti, rischiamo di offrire argomenti a quanti si battono per il diritto di morire, per sopprimere ogni vita umana quando e come si vuole. Il che sarebbe una catastrofe  in contrasto con le scelte fondamentali di una società fondata sulla libertà e l’eguaglianza. E finirebbe per equivalere al trionfo di una visione elitista, per la quale una vita improduttiva non varrebbe la pena di essere vissuta e dunque andrebbe condannata”.
Si capisce dunque quanto sia sottile il crinale sul quale si muove Corine Pelluchon, quando invita a una rifessione profonda, al riparo dalla deriva idelogica in materia di eutanasia e di eugenetica. La terza via che ella persegue comporta due vesanti. Il primo, come si è visto, mira a superare il conflitto insanabile tra una bioetica religiosa e una bioetica lassista: “Consiste nel riflettere su pratiche mediche e biotecnologiche domandandosi se siano compatibili coi valori comuni che sottendono le situazioni più diverse. Per esempio, nel caso dell’eutanasia, la domanda sarà: abbiamo o no il diritto di chiedere a medici e infermieri di ammininistrare il diritto alla morte?La risposta è no. Il diritto alla morte non fa parte dei diritti dell’uomo. E’contrario i valori dei medici e degli infermieri che hanno il compito di aiutare, di guarire, di decidere cure e trattamenti proporzionati a una data situazione. Certo, la tecnica li obbliga a andare oltre, ma se restiamo fedeli al metodo filosofico che articola il diritto e la morale e concepisce il diritto come una morale che appartiene alla ‘Sittlichkeit’, come diceva Hegel, e cioè alla moralità dei costumi, dobbiamo riconoscere che la democrazia è un insieme di diritti, ma un insieme di valori che i diritti sottendono. Il che porta a riflettere sui miglioramenti che le terapie genetiche possono portare e  sulle stesse istituzioni, oltreché sul senso da dare all’essere genitori di figli disabili o selezionati in provetta. Solo così potremo rinnovare il dibattito superando il conflitto tra atei e credenti, che altrimenti son condannati a vivere insieme senza  capirsi”.
Non è un caso quindi se  fra i punti chiave della riflessione di Corine Pelluchon c’è la critica della nozione di autonomia del soggetto, che ha fondato la morale kantiana. “Ormai è una nozione  priva di senso” spiega la studiosa che nel suo libro cerca di riconfigurarla in modo nuovo, mostrandone la deriva di senso degli ultimi anni: “Oggi per autonomia si intende la somma dei capricci arbitrari di un singolo individuo. Immanuel Kant, due secoli fa, pensava il soggetto come un essere capace di decidere da solo, dotato di ragione, in grado di esprimere ciò che pensa. Ma la sua etica non tollera eccezioni, non ci aiuta a pensare i doveri che oggi noi abbiamo verso  esseri che non sono ancora o non sono più persone. Non penso solo all’embrione, ma ai malati di Alzheimer, che non hanno più memoria, hanno perso la ragione, non sono più in grado di usare la parole, eppur continuano ad avere piena dignità umana, perché dotati di una loro autonomia, di desideri, di un’autostima, anche se non sanno come metterli in atto, e per farlo hanno bisogno degli altri”.
  Corine Pelluchon parte nel suo libro da questo caso limite per ripensare la bioetica superando l’accordo sulle  procedure, e ripensare l’umanaità dell’umano e il rapporto  con l’altro.  Sulla scia di Levinas, ma anche di Paul Ricoeur e della critica a Martin Heidegger, sviluppa un’etica della vulnerabilità in cui cambia lo stesso criterio fondatne: non più l’autonomia della ragione, come per Kant, bensì la sensibilità,  nel senso della triplice esperienza che ognuno di noi fa dell’alterità. “La prima esperienza”–  spiega Corine Pelluchon –  è legata all’alterazione del  corpo, che vive, s’ammala, invecchia e muore; un’esperienza  segnata dalla passività, dal “suo malgrado” di cui parlava Levinas. La seconda è l’interesse per l’altro, che nasce dal sentimento della mia vulnerabilità e segna il primato della responsbailità sulla libertà. A questo poi  si associa una terza esperienza dell’alterità, legata al mondo pubblico come luogo non della mia alienazione, del mio essere gettato nel mondo, come diceva Hiedegger. Infatti, il mondo per me non è quello del Dasein in buona salute di Heidegger, del soggetto vuoto che pensa a se stesso, dove ciascuno si arrangia col peso dell’essere, ma il mondo dell’autonomia spezzata, di una vulnerabilità che ci dispone a un interesse nuovo verso la vita spingendoci a superare l’indifferenza nei confronti dell’altro”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 4 febbraio 2009

Pubblicato il 5/2/2009 alle 12.12 nella rubrica Diario.

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